Con una recente intervista il ministro Zangrillo ha illustrato i propositi del suo dicastero per quanto attiene il rinnovo dei contratti: non un centesimo di più, ma una agevolazione della tassazione al 5% per le componenti del salario accessorio non superiori a 3000 euro annui.

Su un altro versante l’effetto delle norme introdotte dal governo Meloni finisce per aggredire pensioni e tfr dei pubblici impiegati, con particolare riguardo per coloro che ancora si avvalgono di un meccanismo di calcolo in parte retributivo (chi aveva meno di 15 anni di contributi nel 1995), addirittura prevedendo il ricalcolo degli importi e la conseguente restituzione all’INPS.

Dopo che la uil ha sottoscritto la preintesa per la dirigenza sanitaria, la vicenda dei contratti è ormai tutta concentrata sulla chiusura del governo a mettere ulteriori risorse.

Chiuso il contratto delle Funzioni Centrali, in corso di sottoscrizione quello del comparto Sanità (con il cambio rotta del Nursing Up), Scuola, Università e Ricerca verso un rinnovo solo economico, resta in piedi un barlume di trattativa solo per gli enti locali, ma anche i governi locali piangono miseria e non sembrano disposti a sforare i limiti imposti dal governo centrale.

L’uscita di Zangrillo – ammesso che possa andare in porto – sembrerebbe una buona soluzione, almeno per ristabilire una parità di trattamento tra lavoratori pubblici e lavoratori privati, ma rischia di non portare alcun risultato pratico.

In primo luogo, perché significherebbe meno incassi per l’erario e necessita quindi della copertura finanziaria. Ma l’aspetto ancora più concreto riguarda il fatto che in molte amministrazioni pubbliche (scuole e piccoli comuni) l’entità del salario accessorio è ben poca cosa e il vantaggio economico della detassazione risulterebbe veramente una piccola cosa. Quindi il proposito di sostenere le amministrazioni “più povere”, a detta del ministro, gioverebbe in realtà alle amministrazioni più ricche. E comunque non sarebbe per tutte le amministrazioni, ma solo per un piccolo campione di esse con il proposito ulteriore di spingere queste amministrazioni a adottare meccanismi di valutazione più rigorosi (e quindi tagliando fuori una grossa fetta di lavoratori).

SGB invece valutazione e pagelline le vuole cancellare, insieme agli accordi di cgil cisl uil e vari sindacati autonomi, ed i soldi li vogliamo al sicuro nell’unico posto dove possiamo contarci: tutti i mesi nello stipendio: fisso e ricorrente.

Quanto invece alla volontà di chiudere la tornata contrattuale 2022-2024 va ricordato che gli aumenti previsti e “intoccabili” si attestano a un livello più basso di oltre 10 punti percentuali rispetto all’inflazione dello stesso periodo e per le prossime tornate 2025-2027 e 2028-2030 gli aumenti possibili sono ancorati al 2% annuo (ipotizzando che l’inflazione resti al di sotto di quel livello).

Non c’è che dire… Un bel risparmio sui contratti dei lavoratori pubblici.

Non va meglio con le pensioni. Alla faccia dei diritti acquisiti il governo Meloni va a colpire chi ha ancora un barlume di calcolo retributivo rispetto alla pensione e al TFR (o TFS). Un taglio complessivo che si traduce in un importo di 33 miliardi di euro (calcoli cgil) fino al 2043.

E si resta in attesa per anni del TFR nonostante l’intervento della Corte costituzionale.

Al di là dei proclami governativi la reale portata dei provvedimenti adottati colpiscono ancora una volta i pubblici impiegati e fanno cassa con gli stipendi e le pensioni sempre più erosi dall’inflazione reale.

È ora che il torpore dei pubblici dipendenti sia messo da parte ed emerga invece la voglia di riprendere lotta e determinazione per riprenderci un pezzo alla volta quello che tutti i governi, di destra, di centro, di sinistra e tecnici si ostinano a togliere.

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