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In data 29.01 20, presso la sede GPI InOpera in Via I. Silone 199, si è svolto un incontro tra alcuni delegati del sindacato Sgb, il referente della cooperativa InOpera, nonché la referente Recup della società GPI.

L' incontro si è reso necessario per richiedere l'autorizzazione al telelavoro ad una dipendente affetta da gravi e permanenti motivi di salute.

Dal tavolo dell'incontro sono emerse nuovamente le lacune di un bando della Regione Lazio per il servizio Recup, che non ha mai tenuto conto delle problematiche dei lavoratori, in special modo dei diversamente abili i quali, nonostante le loro patologie, hanno da sempre gestito in tutti questi anni, circa 20, un servizio pubblico con professionalità e dedizione.

Visto lo stato attuale in cui versano gli operatori con gravi disabilita' ci sentiamo obbligati, nella fattispecie, a caldeggiare questa soluzione che di fatto renderebbe più congrua la posizione della lavoratrice e, allo stesso tempo, garantirebbe maggiori benefici al servizio prestato.

Alquanto discutibile la graduatoria imposta per i parametri di abilità al telelavoro (ad oggi solo 31 su 380 richieste!) per una “coperta” troppo corta che alla Regione Lazio fanno finta di non vedere, e le aziende ne approfittano per tagliare i costi “inutili” in tutti i modi.

I tavoli con i sindacati confederali, poi, sono sempre più simili ad un happy hour rispetto ad una vera proposta di difesa sociale verso i lavoratori che hanno visto peggiorare la loro vita lavorativa.

In conclusione, finché non verranno attuate le dovute garanzie per la tutela, la dignità e la salute dei lavoratori, SGB non lascerà di certo la presa!

Insieme ai datori di lavoro, al sindacato, alla lavoratrice penalizzata, erano presenti l'accompagnatrice della stessa e un'osservatrice speciale: queste le sue impressioni

LA VITA DEI DISABILI NON SI MISURA IN PUNTI

Una ragazza giovane, che ha diritto a lavorare come gli altri, che per di più lavora in questa azienda da parecchi anni, un giorno per un cambio d’appalto, non può più svolgere il suo lavoro da casa. La ragazza, Maria (cosi la chiamiamo), ha una grave disabilità che la costringe a stare su una sedia a rotelle. Negli anni è stata costretta a diverse operazioni: lei non si è mai arresa!

Per lei il lavoro al call center è sempre stato importante perché le permette di guadagnarsi qualche soldo, e vivere dignitosamente. Quando lavora al call center si sente bene, perché rispondendo alle chiamate aiuta chi davvero ha bisogno di prendere appuntamenti; (per visite mediche analisi ecc..). Il direttore di questa ragazza oggi ha parlato seriamente e diceva che i disabili sono dei punti e anche i loro diritti sono dei punti, 7 punti per l’invalidità, 1 punto per un bimbo a carico .. cosi hanno scritto la loro graduatoria, questo è quanto vale una persona disabile.

Secondo me il direttore non doveva parlare dei disabili in generale mettendoli in fila un dietro l’altro con la sua graduatoria, ma cercare di risolvere il problema di cui si parlava e della ragazza in questione.

La ragazza ha chiesto il telelavoro, per portare così a termine le sue mansioni da casa, ma il direttore è contrario perché già avuto altre esperienze con il telelavoro, e alcuni lavoratori non svolgevano correttamente i propri compiti, quindi non ha accettato la proposta di Maria.

Per adesso è stata sospesa la richiesta, il datore di lavoro ha preferito lasciarla in malattia facendogli affrontare tutte le visite mediche ed eventuali interventi chirurgici per poi, tra tre mesi, rivalutare la situazione. D’altra parte aveva iniziato dicendo che il telelavoro per loro è un costo e che se non rientrava in graduatoria non se ne sarebbe fatto nulla. Ma il sindacato si è fatto sentire e la decisione è stata rinviata.

Ciò che penso su questa soluzione adottata dal datore di lavoro non credo sia delle migliori, ma almeno se ne riparlerà. Innanzitutto il diritto alla malattia non è stato concesso dal direttore ma essendo tale (diritto) rientra nel contratto stesso; la richiesta di Maria era ben precisa: a causa della sua invalidità chiedeva di poter svolgere il suo lavoro da casa perché costretta e certo non vuole perderlo perché la fa sentire apprezzata e utile.

Questo il direttore non lo ha capito ?! Parlando alla fine dell’incontro con Maria si è colto benissimo il suo disagio psicologico, lei non vuole essere trattata come una disabile ma bensì come un essere umano.

Esiste la possibilità affinché lei possa sentirsi autonoma e dignitosamente soddisfatta? Dategliela!

Alessandra Battista (studentessa dell'istituto professionale operatore socio sanitario)

 

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