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Mi chiamo M. F., e sono una lavoratrice precaria in uno degli ospedali pubblici della Regione
Emilia Romagna.
Quando a marzo è scoppiata l’emergenza COVID19, la prima difficoltà che ho avuto, oltre alla
impreparazione di fronte alla emergenza e alla mancanza di dispositivi di sicurezza, mascherine e
gel alcolico per le mani, è stata la conciliazione tra lavoro e famiglia.
Infatti, con la chiusura delle scuole, essendo madre di un bambino di 4 anni, ho dovuto fare i salti
mortali insieme al mio compagno, anch’egli lavoratore della sanità, per riuscire ad accudire mio
figlio e a garantire la mia presenza in servizio nel pieno di una emergenza sanitaria globale.
Tra marzo e aprile i numeri dei contagi e dei ricoveri sono diventati sempre più importanti, sicché
una parte del personale, afferente all’unità operativa dove svolgo la mia attività lavorativa, è stata
spostata sui reparti covid, aggravando, di fatto, la caraenza di organici che da tempo assilla il nostro
servizio, che, sebbene non direttamente coinvolto in prima linea nell’emergenza, ha comunque
continuato a lavorare a regime a garanzia dei livelli essenziali.
In tutte le fasi emergenziali, nonostante i proclami televisivi sulle migliaia di assunzioni in sanità,
non abbiamo mai assistito, nel nostro servizio, all’arrivo di nuove colleghe o colleghi. Semmai sono
state fatte assunzioni, la maggior parte a tempo determinato con contratto a un anno, sui pronto
soccorso o sui reparti maggiormente coinvolti dall’emergenza covid.
La riallocazione di personale su altri reparti ha acuito le conseguenze dell’insufficienza di organici,
per cui per me e per molte altre colleghe non è stato possibile usufruire dei permessi eccezionali per
gestione figlio minore e dei 30 giorni di congedo parentale al 50%.
Personalmente non ho potuto beneficiare di nessun giorno di congedo parentale e, di fatto, ho
sacrificato tutti gli affetti familiari, con mio figlio che è stato affidato ai nonni durante tutta la fase
di lockdown mantenendo come unico contatto una fugace videochiamata in skype.
Ho pensato che ancora una volta le donne hanno dovuto pagare il prezzo più salato non solo della
pandemia, ma anche di un mondo del lavoro sempre troppo misogino.
Nella fase 2 dell’emergenza, quando ancora l’ospedale era pieno di ricoveri per il coronavirus e una
grossa percentuale dei dipendenti era ancora dislocata sui reparti covid, è stato deciso il recupero e
la ri-articolazione di tutta l’attività ospedaliera e specialistica ambulatoriale sospesa nei mesi di
marzo, aprile e maggio.
Ne è conseguito che una mole di lavoro enorme (centinaia di migliaia di prenotazioni e
appuntamenti da rivedere), complicata dai criteri di distanziamento e di misure anticontagio, è stata
scaricata sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori, già particolarmente stremati fisicamente e
psicologicamente dalla fase più acuta dell’emergenza.
Sicché mentre una parte dei dipendenti spostati in precedenza è rimasta nei reparti covid , un’altra
parte è stata messa a fare le telefonate all’utenza un po’ per gestire l’accesso ai tamponi e un po’ per
ricollocare le prenotazioni e gli appuntamenti sospesi.
Alla fine, nella nostra unità operativa, sono rimasta da sola a fare e gestire il lavoro di tre risorse.
Un lavoro che spesso non finiva con la stimbratura e il ritorno a casa, perché è successo, a piùriprese, che anche da casa, alla domenica o a qualsiasi ora della sera tardi o della mattina presto, ho
dovuto collegarmi tramite telelavoro per completare l’attività.
Il colmo dei paradossi sarà quando a metà luglio, quando, dopo oltre 6 mesi, riuscirò finalmente (io
precaria della sanità) a fare una settimana di ferie e stare con mio figlio, il nostro responsabile
potrebbe essere costretto alla chiusura del nostro servizio.
Ovviamente la stanchezza, i ritmi frenetici, i carichi di lavoro aumentati a dismisura, le difficoltà di
distacco e la sempre più significativa carenza di personale hanno reso peggiori le condizioni
lavorative di giorno in giorno.
Spesso siamo costrette/i a lavorare tra confusione, completa disorganizzazione del lavoro, assenza
di informazione, totale mancanza di una comunicazione efficace e l’esasperazione degli utenti
smarriti che vorrebbero accedere a prestazioni che ancora non sono disponibili.
Le ore di straordinario, già abbondantemente accumulate in marzo e aprile, dal mese di maggio
sono diventate una costante giornaliera, sicché la mia giornata lavorativa ha iniziato ad allungarsi
sempre più. Prima 9 ore di lavoro al giorno, poi 10 e adesso 11 con punte di 12.
Nel solo mese di giugno ho lavorato per oltre 230 ore totali accumulando ben 90 ore di
straordinario, e luglio è iniziato sulla stessa falsariga. Peraltro, lo straordinario mi sarà pagato solo
se sul relativo fondo (condizioni di lavoro e incarichi) ci saranno risorse sufficienti da consentire la
liquidazione del tantissimo lavoro straordinario espletato da tutte le lavoratrici e i lavoratori.
Dopo oltre 4 mesi di emergenza, e con pochi momenti di riposo, posso dire che l’elevata
esposizione al rischio di stress e burnout comincia a farsi sentire. Ho iniziato ad accusare frequenti
cefalee, cervico-brachialgie, mal di schiena, eccessiva stanchezza, irritabilità, inappetenza,
agitazione, insonnia, crisi di pianto, esaurimento emotivo, distacco, scarso interesse per gli affetti
etc.
E, come se non bastasse, oltre il danno anche la beffa!
Infatti, dopo aver lavorato tanto e dopo tanti sacrifici, la mia situazione di precaria non rientra (per
soli 2 mesi) nei requisiti prestabiliti ai fini delle procedure di stabilizzazione (3 anni di attività negli
ultimi 8) individuate dal DL 75/2017 (DL Madia) come emendato dal decreto “milleproroghe”
2020.
Inoltre, del famoso premio di mille euro, promesso dal presidente della regione Emilia Romagna, ho
visto solo un’elemosina, per giunta tassata e con decurtazione oraria giacché parte dell’attività
svolta in surplus orario mi è stata remunerata come prestazione aggiuntiva (con una tariffa oraria di
50€ per un max di 8 ore), un istituto introdotto con la ex legge Sirchia e nato proprio per fare fronte
alle carenze di personale nelle emergenze.
Il 31 dicembre 2020 mi scadrà il contratto e sarà così anche per tante colleghe e tanti colleghi.
L’ospedale dove lavoro non ci dirà né grazie né arrivederci. In fretta e furia metterà in soffitta la
nostra esperienza e il nostro supporto, che però sono stati fondamentali nel bel mezzo di una
pandemia che non accadeva da 100 anni e quando nel mainstream ci elogiavano per il lavoro svolto
con la retorica degli “eroi”.
Ma a noi “eroine” precarie e “eroi” precari della sanità, che abbiamo dato più di quello che
umanamente si poteva dare e che abbiamo affrontato tutte le criticità di una pandemia planetariresteranno solo i segni devastanti sulla nostra salute psico-fisica dei turni infiniti e massacranti
pagati con mancette buone a malapena per un caffè al distributore.
E mentre la sanità del futuro continuerà a fare i conti con il precariato diffuso e la grave carenza di
personale, per noi, già formate/i e già conoscitrici e conoscitori delle mansioni e delle funzioni, ma
con contratti a termine sulla soglia dei 36 mesi e non più rinnovabili, ci saranno giornate, settimane
o mesi senza lavoro.
É questo l’unico riconoscimento che ci è stato riservato.