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Siamo rimasti 10 anni senza rinnovo contrattuale. Nel giugno 2018 ci hanno dato una miseria. Quel contratto è scaduto già a dicembre 2018 e non si vede traccia di rinnovo, almeno fino al 2021.

La Legge di bilancio 2020 stanzia solo 200 milioni per 3,5 milioni di dipendenti pubblici che, sommati alle risorse stanziate nel 2019 e a quelle promesse per il 2021, potrebbero al massimo produrre adeguamenti simili a quelli avuti nel 2018 e quando saremo vicini alla nuova scadenza del triennio contrattuale nel 2021.

Di recupero del potere d’acquisto invece neanche a parlarne.

 

A queste critiche il governo risponde con il decreto sul taglio del “cuneo fiscale” che, in base ai proclami, dovrebbe portare da circa 1100 euro (redditi fino a 29.000 euro) a circa 900 euro (con 35.000 euro di reddito) annui. Potremmo parlare di un buon inizio (come hanno fatto i vertici dei sindacati complici che non hanno fatto un’ora di sciopero), ma, in primo luogo, è chiaro che nelle tasche dei lavoratori più poveri (quelli che ancora percepivano lo sgravio degli 80 euro) andrà solo una differenza di una ventina di euro. In secondo luogo, alla riduzione delle tasse si accompagna sempre un forte taglio dei servizi sociali, vitali proprio per la classe lavoratrice. Infine, ben venga la riduzione delle tasse (se non comporta tagli ai servizi), ma questo non può essere un pretesto per non restituire gli aumenti da contratto, tanto più in quanto i fondi per lo sgravio sono stati stanziati solo fino al 2021. Dovremo quindi vigilare attentamente, ma è chiaro che, per recuperare quanto sottrattoci negli ultimi 20 anni, non esistono alternative ad aumenti veri e per tutti in busta paga tramite un contratto. Oltre alle conseguenze sul nostro potere d’acquisto, vediamo una preoccupante rassegnazione nella categoria, quasi che violare tutti i nostri diritti in termini di salario sia un evento naturale ed inevitabile.

 

Una forte mobilitazione per aumenti salariali non è più rinviabile. Dai dati dell’ARAN si apprende che negli ultimi 15 anni la spesa per i nostri stipendi è addirittura diminuita del 7%, visto che chi è andato in pensione aveva livelli stipendiali ai quali nessuno di noi, ad oggi, può sperare anche solo di avvicinarsi. Inoltre, la scuola è all’ultimo livello di retribuzione nella pubblica amministrazione, dato che gli aumenti vengono dati in percentuale e ad ogni rinnovo la forbice tra le fasce più alte e quelle più basse si amplia. Diversi studi dimostrano che, un insegnante in prima fascia stipendiale, se componente monoreddito di un nucleo familiare di 3 persone, è al limite della soglia di povertà. Questa situazione continua a peggiorare, allontanando i nostri stipendi annui di decine di migliaia di euro rispetto a quelli tedeschi.

 

La povertà progressiva in Italia dipende dai salari ridotti per aumentare i profitti e tutti gli studi dimostrano che i discorsi sul debito, sulla competitività o la produttività del lavoro in Italia sono menzogne, basti pensare al fatto che a 600 miliardi di tagli alla Pubblica Amministrazione è seguito un aumento del debito e che siamo tra i primi paesi d’Europa per ore lavorate.

Lavoriamo più di francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi, ma guadagniamo molto meno.

 

14 FEBBRAIO SCIOPERO DELLA SCUOLA!