FINANZIAMENTI STATALI ALLE SCUOLE PRIVATE
IL GOVERNO MELONI CONTINUA IL LAVORO AVVIATO DAI PRECEDENTI GOVERNI DI “SINISTRA”

A ventisei anni dalla legge Berlinguer n. 62 del 2000 (governo D’Alema) sulla parità scolastica, il tabù del finanziamento diretto alle scuole paritarie, ammesso che sia mai realmente esistito, è definitivamente caduto. A destra come a sinistra. Nel sostanziale silenzio di gran parte delle opposizioni parlamentari (e, naturalmente, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel 2000 era vicepresidente del Consiglio dei ministri), lo scorso 14 luglio è diventato operativo il cosiddetto “bonus paritarie”, disciplinato dal decreto interministeriale n. 140, firmato dai ministri Giuseppe Valditara e Giancarlo Giorgetti. A partire dal prossimo anno scolastico, lo Stato riconoscerà un contributo fino a 1.500 euro annui alle famiglie con redditi più bassi che iscriveranno i propri figli a una scuola paritaria. Potrebbe sembrare una barzelletta, ma è la realtà: invece di destinare risorse ai capaci e meritevoli privi di mezzi economici, come previsto dall’articolo 34 della Costituzione, lo Stato utilizzerà denaro pubblico – proveniente anche dalle tasse pagate dai lavoratori che mandano i figli nella scuola statale – per sostenere economicamente chi sceglie una scuola privata.
Questa misura non nasce dal nulla, ma rappresenta il punto di approdo di una convergenza politica, culturale e ideologica tra i diversi schieramenti e il Vaticano. Il provvedimento trae origine dalla legge di bilancio 2026 (legge n. 199/2025), che, attraverso un emendamento presentato dalla senatrice Mariastella Gelmini – artefice, insieme a Giulio Tremonti, della riforma che nel 2008 comportò un taglio di 8,5 miliardi di euro alla scuola pubblica – ha stanziato 20 milioni di euro per il solo 2026. Il decreto n. 140 ne definisce le modalità di attuazione e prevede tre fasce di contributo, inversamente proporzionali all’ISEE: fino a 10.000 euro di ISEE: contributo da 600 a 1.500 euro annui; tra 10.000 e 20.000 euro: da 400 a 1.300 euro; tra 20.000 e 30.000 euro: da 200 a 1.000 euro.
Sul piano politico, il ministro Valditara ha rivendicato il provvedimento sostenendo che esso «punta a rendere effettiva la libertà di scelta educativa anche per le famiglie meno abbienti». Una libertà che, da un punto di vista critico, si traduce anche nel sostegno pubblico a scuole spesso ispirate a orientamenti confessionali, rafforzando il peso dell’istruzione privata e religiosa nel sistema educativo italiano. Alcune Regioni governate dalla destra, come Lombardia e Piemonte, finanziano da tempo le rette delle scuole paritarie attraverso propri voucher. A livello nazionale, tuttavia, la prima significativa apertura risale, come sempre, al centrosinistra: la legge n. 107 del 2015, la cosiddetta “Buona Scuola” del governo Renzi, introdusse una detrazione fiscale fino a 400 euro per le spese sostenute dalle famiglie nelle scuole paritarie. Quella era una forma di agevolazione indiretta. Con il “bonus paritarie”, invece, lo Stato compie un ulteriore passo: trasferisce direttamente risorse pubbliche alle famiglie affinché scelgano una scuola non statale. Se da un lato si chiude così il cerchio dello sdoganamento dei finanziamenti pubblici alle scuole private, dall’altro se ne apre un altro: quello dell’accelerazione dello smantellamento della scuola pubblica, attraverso il progressivo drenaggio di risorse e studenti in una fase già segnata dalla crisi demografica.
La vicenda delle scuole paritarie dimostra ancora una volta come i lavoratori della scuola non possano affidarsi alle sirene dell’elettoralismo. La difesa dell’istruzione pubblica richiede il recupero dell’autonomia e dell’iniziativa sindacale di base, fondate sulla mobilitazione e sul conflitto sociale, piuttosto che sull’alternanza tra governi che, pur con modalità diverse, hanno progressivamente consolidato il sostegno pubblico al sistema scolastico privato.