Congresso

CONGRESSO COSTITUENTE 14/15 GENNAIO 2017

“Il futuro appartiene a coloro che si preparano per esso oggi”

Malcolm X

A distanza di circa 10 mesi  Dalla Nostra Nascita ci approcciamo al primo congresso costituente con l’obiettivo di progettare al meglio il contributo che una forza sindacale come la nostra, basata sulla militanza, può dare per la costruzione di un sindacato di classe e di massa nel nostro Paese. Per fare questo dobbiamo darci una strutturazione organizzativa  in grado di supportare gli obbiettivi politici ed è anche a questo che serve il nostro congresso.

Quando nel febbraio 2016 tenemmo la  nostra prima assemblea costituente avevamo ben chiaro che la nascita di una ulteriore formazione nell’ambito del sindacalismo di base correva e corre tutt’ora il rischio di essere letta esclusivamente come un elemento di rottura di un campo già molto diviso al proprio interno. Anche grazie a questa consapevolezza, fin da subito, abbiamo cercato di aprire ogni relazione possibile con le altre esperienze sindacali conflittuali, evitando un approccio alle dinamiche esterne di natura autoreferenziale e abbiamo siglato un patto federativo con la Confederazione Unitaria di Base.

In questi mesi ci siamo interrogati, facendo le verifiche sul campo, sulla natura del movimento sindacale nel nostro Paese ed in particolare su quello che diede vita alle esperienze del sindacalismo di base, in cui molti di noi hanno militato per decenni, e sui motivi politici della sua frantumazione, cercando di superare ogni elemento soggettivo e cogliendo quelli che a noi paiono oggettivi.

Ovviamente, per fare questo, abbiamo cercato di analizzare il contesto generale in cui ci siamo mossi in questi decenni e gli effetti concreti delle politiche economiche e sociali, nazionali ed internazionali, avuti sullo stato della classe lavoratrice ed ora li proponiamo sinteticamente all’attenzione di tutti gli iscritti SGB.

In occasione della nostra assemblea costituente nel febbraio 2016 affermavamo che “ oggi un sindacato che vuol essere di classe deve essere democratico e collegiale al suo interno, trasparente, autonomo, conflittuale; l’esperienza dei meccanismi pratici con cui grandi organizzazioni  sindacali di massa si sono trasformate  in sindacati di puro e semplice apparato  subalterno al padronato ci indicano qual’ è la strada da non percorrere”

Tutto ciò lo riaffermiamo con convinzione, ma ora, nel nostro primo congresso, vogliamo cercare di andare oltre e, per fare ciò, è utile  analizzare lo stato della classe lavoratrice sia nei rapporti di forza che nei livelli di coscienza; capire come contrastare la lotta di classe padronale che è in atto, contrastando l’ormai evidentissimo passaggio nel campo avverso della maggioranza dei sindacati confederali e autonomi. 

La Scomposizione Della Classe in condizioni materiali diverse e poste in contrapposizione tra loro è scientemente voluta dal padronato, per  garantirsi di continuare lo sfruttamento:  giovani contrapposti a pensionati, lavoratori del privato contrapposti ai pubblici dipendenti, lavoratori italiani contrapposti ai migranti. E’ in concreto una operazione che, con la complicità di quasi tutti i mezzi di comunicazione di fatto in mano al grande capitale, ha contribuito a demolire la solidarietà di classe e la coscienza tra i lavoratori.

La scomposizione della classe è una condizione concreta. Oggi nei posti di lavoro privati e anche pubblici operano lavoratori con diversi inquadramenti contrattuali e tipi di rapporto di lavoro, la condizione delle varie forme di lavoro atipiche è molto diversa da quelle classica.

Quindi il primo lavoro da svolgere è battersi per la riunificazione di questa frammentazione, a partire proprio dalle condizioni materiali che si vivono nei luoghi di lavoro. Qui sta una parte del ruolo moderno di un sindacato di classe ed è nei luoghi di lavoro che si possono mettere le basi per questa ricomposizione.

La fase della concertazione sindacale ha portato ad una frammentazione e ad una precarietà senza precedenti. Sindacati tradizionalmente corporativi, come i sindacati autonomi, ma anche gli stessi sindacati CGIL-CISL-UIL hanno avvallato questa frammentazione  – (come dimenticare le polemiche contro le baby pensioni di CGIL-CISL-UIL, per giustificare le prime modifiche peggiorative al sistema pensionistico, o il positivo significato dato  da CGIL-CISL-UIL alla flessibilità) - coadiuvate da precise forze politiche, tutte unite nel non mettere in discussione la società capitalista e i meccanismi in esso strutturali, che portano all’impoverimento progressivo di ampi strati di popolazione e all’intensificazione dello sfruttamento industriale, che pone al primo posto l’economia, alla quale  sacrificare tutto (causando alla Terra una malattia molto grave, da cui potrà riprendersi solo in tempi lunghissimi) e nel non mettere in discussione i meccanismi in esso strutturali.

Cosi si fanno strada le più illusorie e pericolose tendenze nazionaliste e razziste tra ampi strati popolari, alimentatate ad arte dal padronato, tollerate dagli apparati statali e sottovalutate dai partiti e sindacati del campo concertativo.

L’Italia è parte di quel mondo  europeo occidentale  che vede progressivamente attaccato ed eroso quel sistema di diritti e tutele costruite dal movimento operaio nel secolo scorso. Vediamo, infatti, che dopo il Job acts in Italia avanzano leggi simili in Francia, in Germania e contemporaneamente la leadership europea dell’euro - nelle scelte economiche direttamente controllata dai grandi gruppi economico finanziari - attacca direttamente lo stato sociale, attraverso le politiche monetarie e del debito pubblico.

Certo, le caratteristiche del welfare sono ancora molto diverse tra gli stessi paesi dell’unione europea, essendo diverse le condizioni di partenza, ma è indubbio che l’attacco alle condizioni di vita, anche esterne al luogo di lavoro, è una caratteristica di tutta la zona Euro.

La Mistificazione Delle Vere Scelte Economiche mascherate come “naturali e uniche” è l’altro strumento principale che ha disarmato il conflitto operaio. Il debito pubblico viene presentato come la somma degli sperperi dei singoli cittadini, anziché il risultato degli interessi usurai che lo stato italiano paga ai grandi investitori di BOT e CCT.  Nel 2014, su circa 2000 miliardi di Euro di debito pubblico, lo stato italiano pagava in interessi circa 80 miliardi - cioè circa il 4% di tasso di interesse. Questa mistificazione regge grazie anche alla complicità di padroni e sindacati .

Quindi queste sintetiche considerazioni ci indicano le  ulteriori caratteristiche che deve avere un sindacato di classe in Italia:

  • perseguire la riunificazione della classe, anche  con un lavoro di tipo aziendale, ma nell’accezione dell’ intercategorialità;
  • contribuire a smascherare e a costruire opposizione ai reali meccanismi di accumulazione capitalistica e di sfruttamento, oggi presentati come “scelte naturali”, anche nella dimensione di denuncia dei meccanismi finanziari internazionali, che impongono le scelte economiche e che oggi sono sconosciute alla stragrande maggioranza dei lavoratori;
  • avere una concezione internazionalista, con particolare attenzione, ma non solo, alla dimensione dell’agire sindacale a livello europeo;
  • porsi l’orizzonte  della distribuzione della ricchezza, anziché distribuire la povertà, e dell’ampliamento degli spazi di vita liberi dallo sfruttamento, affermando, divulgando e documentando l’idea che questa civiltà capitalista è un modello fallito, con la sua ingordigia infinita di accaparrarsi  beni materiali invadendo il mondo intero, in particolare  nell’ultimo secolo;  
  • esercitare il conflitto vero, non quello fatto di rappresentazioni mediatiche e/o  subordinato ad ipotesi politico/partitiche.

E’ necessario, quindi, definire piattaforme ed obbiettivi sindacali che puntino alla riunificazione dei vari soggetti in cui è scomposta oggi la classe lavoratrice. Il vecchio slogan “a uguale lavoro uguale salario”  è in questo senso estremamente moderno, in quanto riassume il senso di una battaglia unificante

Altrettanto importanti sono le modalità di funzionamento del sindacato, in cui  l’aspetto di categoria/comparto deve essere strettamente connesso con quello confederale, cioè con quello che attiene all’insieme della condizione lavorativa, dentro e fuori il posto di lavoro.  Conseguentemente rimarchiamo la validità dell’intercategorialità di SGB,  che deve servire anche ad evitare di riprodurre divisioni al nostro interno.

Il Carattere Strutturale Della Crisi è ormai evidentissimo: iniziata con l’esplosione dei mutui subprime, coinvolgendo inizialmente l’economia finanziaria, si è rapidamente mostrata come una crisi di sovrapproduzione di merci, di capitali e di lavoratori e, a distanza di anni, la fase che sta vivendo l’Europa è quella della stagnazione della produzione industriale e della domanda. Altre aree del mondo vivono condizioni sociali ed economiche diverse (Africa, Asia, Sud America), pur registrando anche lì una flessione dei tassi di crescita del PIL.

Altra caratteristica tuttora presente è il continuo attacco allo stato sociale, mascherato dietro la lotta al debito pubblico, che vede un generalizzato calo europeo dei salari e dei diritti sociali conquistati negli scorsi decenni. Attacco finalizzato a dirottare immense risorse pubbliche, tutelando gli speculatori e i grandi gruppi finanziari/bancari. Oggi, infatti, possiamo dimostrare, conti alla mano, quanto sono inutili e nocivi i sacrifici dei lavoratori anche per il “risanamento dei conti pubblici”.

Questo processo, presumibilmente, andrà avanti senza grandi ripercussioni, visto la quasi totale assenza di resistenza incontrata dal padronato in Italia.  Infatti CGIL CISL UIL e sindacati Autonomi sono passati ormai da un ruolo concertativo alla pura e semplice collaborazione con il padrone; lautamente ricompensata con enti bilaterali, cogestione del welfare, etc.

Gli interventi promessi sia da Governo USA che da UE per regolamentare l’attività finanziaria, onde impedire il ripetersi di crisi di tipo finanziario, sono rimasti semplici dichiarazioni, mentre registriamo come la speculazione finanziaria sia in grado di  far salire alle stelle i prezzi dei principali prodotti alimentari. Per meglio spiegare possiamo, ad esempio, fare riferimento ai  grandi operatori finanziari specializzati nel mercato globale della farina, o della soia, o del mais, che non avendo nemmeno i silos per stivare i prodotti, semplicemente li vendono e li acquistano nel gioco del rialzo / ribasso dei prezzi.

Peraltro non vi sono, a livello mondiale, segnali che prefigurino un diverso scenario  economico; anche le aree, che negli anni passati hanno visto tassi di crescita elevati e che hanno fatto da traino all’economia produttiva mondiale, registrano un rallentamento della crescita.

L’Unione Europea si sta configurando sempre più come un blocco imperialista, in perenne competizione con gli altri blocchi, e perciò demolisce quanto è stato conquistato dal movimento operaio nel secolo scorso e si apre a scenari di guerra sempre più drammatici, contribuendo peraltro  a generare quei flussi migratori a cui intere popolazioni sono costrette a ricorrere per sfuggire ai conflitti o alla fame.

I meccanismi con cui è stata costruita l’Europa dell’euro fanno si che vi sia un potere economico/politico europeo in grado di condizionare in profondo le scelte degli stati nazionali, ma nella precisa direzione di attacco allo stato sociale e ai diritti dei lavoratori. La rottura di questo meccanismo deve essere un compito di un sindacato di classe, cosi come lo sviluppo di una azione sindacale di classe a livello europeo, ad oggi quasi inesistente.

Nemmeno a livello italiano compaiono segnali che indichino che il padronato nostrano punti a riprendere competitività, sfruttando ricerca o innovazione o nuovi mercati.  Per altro, come dimostrano i recenti dati sul crollo dei consumi interni, non solo non c’è nessuna ripresa, ma anche sul versante esportazione - che è  il mercato principale delle più rilevanti imprese italiane - il rallentamento delle economie che tiravano fino a un paio di anni fa rende ancora più difficile appunto esportare.

L’attacco al costo del lavoro rimane l’obbiettivo centrale del padronato nostrano, insieme al mantenimento della precarietà e della disoccupazione come dato strutturale, coadiuvato in ciò dall’attuale classe dirigente politica, in continuità con il passato e  con una omogeneità che supera le diverse appartenenze politiche.

Le Principali Direttrici Su Cui Si Muove Il Padronato Italiano in questa fase sono cinque:

-  continuare a sostenere l’attacco allo stato sociale e al lavoro pubblico;

- puntare a demolire ormai il contratto nazionale per sostituirlo di fatto con la

   contrattazione aziendale subordinata alla produttività aziendale;

- usare il welfare aziendale, insieme agli enti bilaterali, come leva ulteriore per pagare

   la complicità di  sindacati confederali e autonomi;

- come verificatosi con il recente contratto nazionale Igiene ambientale, la riappropriazione

  da parte del padronato dell’aumento dell’orario di lavoro, con contestuale diminuzione

  della paga oraria dei lavoratori, così come era già avvenuto nei contratti del commercio

  e  nei vari contratti del Trasporto : aereo, Trasporto Pubblico Locale (2015), e come sta per

  accadere con il contratto nazionale della sanità;

- visti  i rapporti di forza mai cosi favorevoli ai padroni, gli stessi puntano a regolamentare il

  diritto di rappresentanza e con esso limitare a pochi soggetti controllati la possibilità di

  indizione degli scioperi. come ulteriore tassello di controllo. L’accordo del 10 gennaio 2014

  va in questa direzione, anche se alcune recenti sentenze hanno evidenziato come questo

  accordo vincoli solo i sottoscrittori, ma da ciò riprende forza il tentativo di fare una legge

  che valga per tutti.

 

Il Ruolo Del Sindacato si trasforma a partire dalla necessità del padronato di chiudere meglio il recinto in cui confinare i lavoratori italiani e l’accordo del 10 gennaio 2014, sottoscritto da CGIl-CISL-UIL e successivamente da USB e Confederazione  Cobas,  è una tappa fondamentale di questo tentativo.

La fase della concertazione, che ha avuto inizio formalmente con l’accordo del luglio 1993 e che è durata oltre un ventennio, è considerata dal padronato, ormai da diverso tempo, un orpello inutilizzabile in una fase caratterizzata da una crisi economica strutturale, i cui costi devono essere fatti pagare interamente ai settori popolari e ad ampi strati di piccola borghesia

La politica della concertazione, che ha pervaso la vita sociale degli ultimi 20 anni, è servita a comprimere pesantemente salari e diritti. Ha aperto la lunga stagione della precarietà che, in particolare dai governi di centrosinistra, veniva definita con il termine accattivante di flessibilità, contrapposto a quello di rigidità, portando così l’attacco anche sul piano culturale/ideologico. Chi è infatti colui che vuole essere considerato una persona rigida, anziché flessibile? Una lunga offensiva ideologica, di classe, “dall’alto verso il basso”,  utile  a convincere ampi strati  della classe lavoratrice della bontà delle parole d’ordine della classe dirigente espressione della borghesia.

Una stagione che è servita a fare apparire l’entrata nell’area dell’euro come una conquista valida per tutti, anziché un elemento di ulteriore immiserimento dei settori popolari, le cui risorse ed energie dovevano essere messe a disposizione della creazione di un polo economico imperialista di cui abbiamo già scritto. Ora la precarietà è un dato strutturale del mondo del lavoro e del non lavoro e l’immiserimento di settori popolari, affiancato da un veloce processo di proletarizzazione di alcuni settori della borghesia, sono elementi purtroppo certi e anch’essi strutturali.

Tutto ciò è stato possibile grazie a  cgil, cisl e uil, che hanno scientemente lavorato affinchè ogni strumento atto al conflitto venisse sottratto ai lavoratori, a partire dal diritto di sciopero in grande parte sterilizzato, in prima battuta dai codici di autoregolamentazione (necessari ad esempio per partecipare alle elezioni rsu nel p.i.), trasformati in normativa nel 1990 e via via resi sempre più stringenti .

E’ proprio negli anni 90 che, come reazione alla concertazione, prende piede in termini di massa il sindacalismo di base che, seppure molto articolato, differenziato e diviso al proprio interno, ha svolto in questo ventennio una funzione fondamentale di resistenza alle politiche concertative in migliaia di luoghi di lavoro e in diversi momenti, anche nell’intera società, senza però riuscire complessivamente a rappresentare una valida alternativa organizzata a cgil, cisl e uil. Ciò nonostante in molte realtà aziendali e settoriali sono avute frequenti vittorie ed anche, in numero minore, sul piano nazionale, come ad esempio per la lotta contro lo scippo del TFR ai lavoratori dipendenti, risultati che però rischiano di venire sterilizzati dal cambiamento del contesto generale.

Una inadeguatezza questa non solo di natura soggettiva, ma da ricercare anche nelle difficoltà di una fase che ha visto la sconfitta drammatica del movimento operaio e cosi,  lentamente ma inesorabilmente, sono state messe sotto attacco tutte le conquiste degli anni ‘60/’70. Una regressione gestita anche attraverso false “sinistre sindacali”, che interne alla cgil ne sono state mosche cocchiere, svolgendo un ruolo di contenimento delle contraddizioni interne. Alcuni dei personaggi già dirigenti di queste finte opposizioni li ritroviamo ora come dirigenti di quel  sindacalismo di base che, a fronte delle difficoltà di ridefinire progetti e percorsi sindacali nel vivo dell’epoca della complicità, ha scelto una scorciatoia impossibile: la firma del Testo Unico di Rappresentanza (TUR) e l’imposizione ai lavoratori di un sistema antidemocratico ed autoritario.

E’ bene ricordare che la classe dirigente del nostro Paese  ha lavorato in questi ultimi anni per sostituire alla concertazione la complicità sindacale, la quale ha trovato una sua formalizzazione nell’accordo del 10 gennaio  2014, il cosiddetto TUR,  che a sua volta recepiva integralmente due altri accordi, il primo del 28/6/2011 ed il secondo del 31/5/2013.

Con quest’accordo si prevede la possibilità di derogare in pejus ai contratti nazionali, si definiscono regole di rappresentanza sindacale molto stringenti a favore dei sindacati firmatari, i quali avranno l’esclusiva della rappresentanza nei luoghi di lavoro, con eletti rsu che risponderanno direttamente alle segreterie territoriali e soprattutto con il divieto a qualsiasi azione conflittuale, dai volantini fino agli scioperi contro gli accordi siglati ad ogni  livello.

La complicità arriva a tal punto che sindacati e padroni prevedono l’istituzione di una commissione paritaria, la quale dovrà sanzionare quei lavoratori e quelle sigle sindacali che, firmatarie del TUR, dovessero disattendere i contenuti dello stesso.  

Si sta aprendo in queste settimane la fase applicativa del TUR e si evidenziano così le contraddizioni insormontabili per chi ha firmato quest’accordo, nonchè la sua natura autoritaria. Ciò sarà probabilmente recepito dai lavoratori fra diverso tempo e spetta a noi la funzione di accorciarne la durata, per organizzarne al meglio l’opposizione.

Il TUR è un elemento di crisi del sindacalismo di base, che si trova a gestire il passaggio dalla concertazione alla fase della complicità con la conseguente ed ulteriore chiusura degli spazi di agibilità, in forme diverse e contrapposte. C’è chi ha deciso, infatti, di sottostarvi pensando che ciò permetta un maggiore accumulo di forze, ma sottovalutandone così la portata politica e la conseguente “normalizzazione” della propria organizzazione. C’è, invece, chi ha deciso coerentemente di non sottoscriverlo, per  mantenere in vita la possibilità di lavorare alla costruzione di un sindacato di classe, di massa e conflittuale. Proprio questi differenti approcci hanno aperto, a nostro avviso, processi di disgregazione e riaggregazione nel sindacalismo di base.

La ormai conclamata scelta della complicità operata da CGIL-CISL-UIL e da vari sindacati autonomi, lascia aperto uno spazio enorme per chi volesse costruire un sindacato di classe, giacchè le contraddizioni che vive oggi la classe lavoratrice sono destinate ad aumentare.  Allo stesso tempo bisogna dirci con grande sincerità che le esperienze del sindacalismo di base non sono oggi adeguate a questo compito, nonostante vi siano ancora sacche di resistenza. Si pensi al TPL e alla buona riuscita degli scioperi indetti dal sindacalismo di base, o alle lotte combattive nella logistica, o ancora alla buona riuscita degli scioperi nelle ferrovie, indetti principalmente da CAT-SGB-CUB trasporti

Va però chiarito che non tutto è uguale nel sindacalismo di base, in quanto la moderna composizione della classe ha di fatto decretato la crisi del modello classico dell’autorganizzazione, basato inizialmente su aggregazioni di operai con una buona coscienza di classe, in realtà produttive medio grandi o omogenee. Ci riferiamo al modello Cobas, tanto per semplificare, che pensiamo stia mostrando da anni ormai il limite di non riuscire ad andare oltre alla rappresentanza di realtà aziendali o al massimo di qualche categoria.

Allo stesso modo quelle esperienze che ripropongono all’infinito la nascita di “coordinamenti dal basso” che, seppure importanti ed utili, non possono per loro natura andare oltre alcune battaglie specifiche e non riescono ad indicare una strada lungo la quale costruire un’organizzazione generale dei lavoratori.

L’esperienza di USB, che ha visto molti di noi partecipare con iniziale entusiasmo ad uno dei  più importanti processi riaggregativi tentato nel mondo del sindacalismo di base, è stata annullata da un mix di centralismo maniacale, smanioso di controllare tutto in funzione di una subalternità totale a un progetto politico di una micro organizzazione politica, che non poteva tollerare un dibattito sereno e costruttivo.

Rimane per noi l’orizzonte del superamento della frantumazione del sindacalismo conflittuale, siamo nati infatti per continuare quel processo riaggregativo senza il quale andrebbero disperse e vanificate tante energie, che oggi ancora vi sono nel nostro campo e di cui oggi abbiamo estremamente bisogno per costruire il sindacato di classe e di massa nel nostro Paese.

Questo ci ha portato, con poche esitazioni, a federarci con la CUB, che in questi anni ha mantenuto una propria coerenza e che, come abbiamo già rilevato, nell’ultimo suo congresso ci sembra abbia avviato un processo di rinnovamento che ci auguriamo sia utile, anche con il nostro contributo, a superare alcuni inevitabili limiti, legati ad elementi oggettivi e soggettivi.

Non abbiamo alcuna intenzione di rappresentare i grilli parlanti, mettendoci su un piedistallo ad indicare alla CUB o ad altri la linea da seguire, ma ci sembra utile evitare la retorica e cercare di affrontare i nodi più problematici, affinché  intorno a queste esperienze si possano coagulare più forze possibili.

Bisogna andare oltre le nostre storie e le nostre attuali capacità, per costruire realmente un sindacato confederale che non sia la mera sommatoria di singole specificità categoriali o territoriali, ma che riesca a fare sintesi di tutto il lavoro che siamo in grado, insieme, di mettere in campo e da ciò elabori delle politiche e delle strategie in cui tutti si possano riconoscere.

Vogliamo dire con chiarezza che non ci possiamo accontentare di una sorta di rendita di posizione, ma dobbiamo lavorare per l’ambizioso obbiettivo di diventare punto di attrazione per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupati, precari e pensionati, nei luoghi di lavoro come sul terreno dei diritti sociali.

A partire da questo obiettivo crediamo che, chi ha deciso per prima e giustamente di starsene lontano dal TUR, si debba oggi assumere la responsabilità di indicare una strada alternativa, una strategia politica e materiale di aggressione allo stesso accordo, che permetta non solo di resistere, ma di proseguire più speditamente in un processo di accumulo delle forze nei vari ambiti.

La CUB ha le potenzialità in nuce per divenire un punto di riferimento, una esperienza attrattiva, per tutte quelle realtà piccole o grandi che siano, per i singoli compagni e lavoratori che militano nell’ambito del sindacalismo conflittuale e non solo, ma questo da solo non basta.

Bisogna, a nostro avviso, proiettarsi all’esterno con una nuova capacità comunicativa che raggiunga i più ampi settori di classe possibile; dare vita a confronti e discussioni pubbliche sulle questioni che reputiamo strategiche, abbandonare un’idea di autosufficienza che, ogni tanto, ci sembra affiorare, e che tradisce un timore della solidità del proprio operato che non ha ragione d’essere.

E' proprio per questo che vorremmo una CUB forte e dialettica, intorno alla quale fosse possibile aprire processi aggregativi con i vari soggetti del sindacalismo di classe, sulla base di una piattaforma di pochi ma chiari punti programmatici, mantenendo, al momento, ognuno la propria collocazione organizzativa.

Come SGB , tenuto conto dei differenti modelli organizzativi, che ci auguriamo trovino sintesi in un futuro non troppo lontano, superandone i rispettivi limiti, riteniamo importante rafforzare il patto federativo, proponendo una nostra  partecipazione ai coordinamenti provinciali e/o regionali confederali, un maggiore coordinamento con alcune categorie e la creazione di gruppi di lavoro, come quello politico/formativo sul TUR, che affrontino di volta in volta i temi strategici. 

La verifica di quanto enunciato non può che avvenire sul campo, attraverso un rapporto dialettico, stringente e quotidiano e attraverso la definizione di percorsi e progetti specifici che lasciamo alla libera discussione congressuale.

Dovremo, cioè, indicare le vie di sviluppo per i principali settori/comparti in cui operiamo,  definire le priorità confederali e le modalità di lavoro, le alleanze sui piani specifici e, soprattutto,  su quello internazionale, imprescindibile per chiunque voglia incidere su processi economici e politici sempre più globalizzati.

Dovremo, infine, decidere collettivamente quali scelte organizzative operare sul piano nazionale, come su quelli locali, e quali modifiche apportare al nostro Statuto, dandoci un assetto che permetta la massima partecipazione e la massima efficacia nelle lotte e nell’elaborazione delle politiche sindacali.

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