Lazio

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 Tram Roma con passeggeri appesi Primo Novecento

Ancora una volta giornali, radio e tv hanno duramente rimproverato i romani colpevoli, stavolta, di non aver voluto votare i due referendum sull’ATAC (salvo poi lamentarsi del servizio che l’azienda offre).

Quasi tutta la stampa ha invece preferito evitare di analizzare le possibili ragioni di coloro che hanno scelto di non votare (e che sono stati maggioranza schiacciante.

Proviamo a vedere perché non si è votato.

In primo luogo ha avuto peso la volontà di non seguire le indicazioni provenienti da coloro  che hanno avuto una forte responsabilità nella distruzione di qualunque servizio pubblico a Roma e in Italia (dal Pd a Forza Italia fino ai liberalisti della prima e ultima ora).

In seconda battuta i due quesiti erano certamente mal posti e mal confezionati. Infatti all’interno di ciascun quesito erano insite più questioni che potevano anche determinare risposte differenti (ogni domanda ne conteneva almeno due).

Terzo: nonostante i variegati schieramenti favorevoli al NO ai referendum (dalle organizzazioni sindacali ai partiti di centro, di destra e di sinistra), il popolo non ha seguito le indicazioni di appartenenza. Non andando a votare ha piuttosto voluto esprimere un concetto più raffinato che la semplice contrapposizione pubblico/privato: ha voluto dire che, così come sta operando, ATAC non compie bene il proprio servizio di trasporto pubblico.

Non solo!   Ha voluto dire che 5 anni fa il popolo italiano, sempre con un referendum, espresse con grande convinzione la necessità di mantenere in mano pubblica acqua e servizi primari.

Ha voluto dire che le linee di ATAC affidate al gestore privato (1/3 delle linee per circa metà delle percorrenze ad un costo superiore rispetto ad ATAC) non producono servizi migliori e causano invece un aumento dei problemi perché non pagano gli stipendi agli autisti!

Ma i dipendenti capitolini sono allenati a questa becera stampa che non perde il vizio di mortificare chi non è schierato secondo i suoi diktat: come accadde con il referendum tra il personale comunale che bloccò una umiliante “preintesa contrattuale”. Insomma, chi non è allineato è un coglione! (O si da’ la zappa sui piedi).

Si tratta della stessa stampa che pontifica contro i pubblici impiegati fannulloni, o di quelli che si giovano dei benefici della legge 104/92 (che è una legge di civiltà e non un privilegio), ma che ignora beatamente le condizioni di lavoro avvilenti e squalificanti per noi, prima che per i cittadini.

Ignora che l’amministrazione più grande d’Italia ha fermo da 18 anni il valore del buono pasto a 5 euro e 25, che i ritardi nell’erogazione della carta d’identità elettronica (più costosa e con rilascio differito) dipendono dalla disorganizzazione del ministero dell’interno più che dai dipendenti comunali, che gli autobus bruciano per difetti di fabbricazione e non per incuria degli autisti, e così via dicendo.

Tutto questo dovrebbe far riflettere sulla necessità che noi – classe lavoratrice – riconquistassimo culturalmente la supremazia sui mass media, così come sui social e sulla capacità di orientare le decisioni della politica.

Questa la direzione praticata da SGB; questa la linea che seguiremo a cominciare dalle rivendicazioni contrattuali tanto a livello nazionale che locale

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