Pubblico Impiego

(Reading time: 3 - 5 minutes)

immaginemacelleria

 

MACELLERIA SOCIALE PER I DOCENTI PRECARI DELLA SCUOLA:

 

 

ABOLIZIONE DEL DIRITTO AL COMPLETAMENTO DELLORARIO DI LAVORO

 

DIVIETO DI MESSA A DISPOSIZIONE (MAD) PER I DOCENTI PRECARI GIAINSERITI NELLE GRADUATORIE

 

 

Il ministero dell’Istruzione a guida Azzolina passerà alla storia come quello che ha impresso, nei tempi e nei modi, la massima precarizzazione della categoria degli insegnanti. Dopo il gran rifiuto ad un massiccio concorso per soli titoli e servizi (principale rivendicazione dello sciopero dei sindacati di base del 14 febbraio e, allo stato attuale, unica vera soluzione al cronico problema del precariato) la Azzolina ha avviato una vera e propria persecuzione nei confronti di tutti i precari della scuola.

Le immissioni in ruolo per l’anno scolastico 2020/21 sono state caratterizzate dalla solita farsa dei numeri gonfiati a mezzo stampa. Delle circa 85mila assunzioni a tempo indeterminato autorizzate, il 28 agosto, dal ministro dell’Economia Gualtieri sono andate a buon fine meno di un terzo dal momento che sia le GAE (graduatorie ad esaurimento) che le GM (graduatorie di merito) pur essendo già state svuotate da anni in gran parte delle province italiane rimangono le uniche da cui si può attingere per le assunzioni a tempo indeterminato.

Finita la farsa delle assunzioni in ruolo, in buona parte finte e virtuali, è cominciata la tragedia delle nomine a tempo determinato dalle nuovissime GPS (graduatorie provinciali per le supplenze) in applicazione dell’OM 60/2020 e della strana circolare del MI del 5 settembre. Tanto per cambiare, la scuola è cominciata con meno della metà del personale in servizio. Lo scorrimento delle GPS (ancora in corso) è stato rallentato dalla valanga di esposti in autotutela presentati dagli aspiranti supplenti in seguito alle pubblicazioni delle graduatorie sbagliate ma già “definitive” secondo l’OM. I meno fortunati (della scuola secondaria) che hanno dovuto accontentarsi di uno “spezzone” inferiore alla cattedra intera potrebbero inoltre non vedersi riconosciuto il diritto a completare l’orario di lavoro (e quindi lo stipendio), un diritto garantito ai precari da quasi 20 anni. Fino allo scorso anno le scuole erano tenute ad assegnare gli spezzoni seguendo l’ordine stabilito dalla    L 488/2001 e dal DM 131/2007 ossia privilegiando i precari già in servizio ma assunti su spezzoni in mancanza di posti interi e che fossero in possesso dei requisiti utili all’accettazione di un altro spezzone. Questa interpretazione della norma è stata pacifica per decenni ed è stata confermata da tutte le circolari sulle supplenze diramate dal Ministero fino allo scoro anno. Quest’anno invece il Ministero ha indicato ai capi di istituto (sia con l’OM 60 che con la circolare del 5 settembre) di privilegiare l’aumento del normale orario di lavoro ai docenti di ruolo piuttosto che riconoscere la possibilità di completamento ai precari già in servizio su spezzone presso l’istituto. Mentre in buona parte del mondo si sta affrontando il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, di lavorare meno, meglio e tutti, nella scuola italiana si continua ad allargare la forbice tra chi aumenta a dismisura il proprio orario di lavoro e chi è condannato alla sottoccupazione o disoccupazione. Tuttavia la legge 41/2020 ha istituito le GPS ma non ha introdotto modifiche alla legge 488/2001 e al DM 131/2007 in merito all’assegnazione degli spezzoni orari pari o inferiori alle 6 ore. Questa grave modifica non è stata quindi apportata dal legislatore ma dal Ministero attraverso lo strumento dell’ordinanza e della circolare che non possono però confliggere con la normativa in vigore. Per queste ragioni SGB ritiene che il docente precario a cui la scuola di servizio nega il diritto al completamento per favorire l’aumento del normale orario di lavoro del collega di ruolo abbia tutti gli elementi per adire le vie legali.

Altra favola inventata di sana pianta dalla circolare sulle supplenze del 5 settembre è quella secondo la quale “le domande di messa a disposizione devono essere presentate esclusivamente dai docenti che non risultano iscritti in alcuna graduatoria provinciale e possono essere presentate per una provincia da dichiarare espressamente nell’istanza”. Le MAD rappresentano una soluzione extra-procedurale, alle quali le scuole possono ricorrere qualora, in casi estremi ed eccezionali, non sia possibile reperire il necessario supplente ricorrendo alle procedure di convocazione ordinarie dalle varie graduatorie. Teniamo dunque a ricordare che la MAD è una prassi atipica, non esiste alcuna norma di legge nel nostro ordinamento che prevede o impedisce la possibilità di presentare una MAD o che ne regolamenta il funzionamento. Pertanto il divieto di presentare una MAD per essere legittimo dovrebbe discendere da una norma di legge e non certo da una circolare che non è atto di legge. Per queste ragioni SGB invita tutti i precari inseriti nelle graduatorie a presentare MAD in diversa provincia da quella d’inserimento delle GPS impegnandosi a difenderli in tutti i luoghi ed in tutti i modi previsti dalla legge.

Ricordiamo infine che l’anno scolastico 2020/21 sarà anche l’anno dei precari intermittenti della scuola, il c.d. “organico anti covid”: personale “usa e getta” che sarà licenziato nel caso di chiusura dell’istituto.

La famigerata “Buona Scuola” di renziana memoria che tanto aveva giustamente indignato il partito della ministra Azzolina non era assolutamente arrivata a tanto!

In tutto questo i precari continuano ad essere esclusi da diversi diritti economici come la carta del docente ed i permessi personali retribuiti.

 

I LAVORATORI NON HANNO GOVERNI AMICI!

 

NON CI SARAMAI GIUSTIZIA SOCIALE SENZA LE LOTTE!

 

 

DOPO L’ADESIONE ALLA MANIFESTAZIONE DEI PRECARI DELLA SCUOLA DEL 2 SETTEMBRE

 

SGB ADERISCE AL’INIZIATIVA DEL 26 SETTEMBRE DI                       PRIORITA’ ALLA SCUOLA.

 

 

 

 

Bologna, 17 settembre 2020

(Reading time: 9 - 17 minutes)

discussione

RELAZIONE AL CONGRESSO NAZIONALE SGB 2020

 

PER LA COSTRUZIONE DI SGB NEL COMPARTO SCUOLA

 

LA FASE ATTUALE

Sono passati circa quattro anni dalla nostra fuoriuscita da altra organizzazione sindacale ai fini della costituzione di SGB e possiamo affermare di aver vinto tante scommesse, a partire dalla nostra sopravvivenza e dalla nostra crescita come sindacato, anche nella scuola. Abbiamo sicuramente confermato la nostra capacità di denuncia e di mobilitazione su diverse e fondamentali vertenze di interesse nazionale come la lotta delle maestre “diplomate magistrali” licenziate dall’assurda sentenza del dicembre 2017, la lotta dei docenti precari della scuola secondaria, partita nell’autunno del 2019, per un concorso realmente stabilizzante, per soli titoli e servizi (un importante percorso di lotta che ha avuto il suo sbocco nello sciopero del 14 febbraio 2020 a cui hanno aderito oltre 15mila lavoratori), il movimento di critica alla didattica a distanza (i nostri manuali di difesa giuridica dalla DAD sono stati i più consultati all’interno della categoria) fino alla lotta, ancora in corso, dei collaboratori scolastici ex LSU (assunti alla dirette dipendenze del Ministero dell’Istruzione il 1 marzo 2020) per il salario pieno e per l’assunzione delle migliaia di lavoratori esclusi dal primo bando di internalizzazione.

Siamo stati l’unico sindacato a proclamare ogni anno (salvo che nel 2020, anno in cui non si sono svolte le prove) lo sciopero nella scuola primaria durante le prove INVALSI coinvolgendo spesso la maggioranza dei docenti interessati.

Abbiamo indubbiamente migliorato i nostri livelli di relazioni istituzionali, sia di parte tecnica che politica, locali e nazionali, sempre improntati sui criteri di autonomia dalla controparte e trasparenza con gli iscritti, con i delegati e con tutti i lavoratori. Particolarmente seguiti sui social sono stati i nostri recenti incontri con esponenti del mondo politico che hanno avuto diretta competenza sulla scuola come il deputato Francesco Fusacchia (membro della VII Commissione Istruzione alla Camera), il deputato Luigi Gallo (presidente della VII Commissione) ed il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe De Cristofaro (chi è interessato ai contenuti di questi dibattiti può collegarsi agli appositi link).

Possiamo affermare di aver fornito, in questi ultimi anni, il nostro contribuito ad una certa inversione di tendenza nell’opinione pubblica (interna ed esterna al mondo della scuola) sulla necessità di internalizzare tutti i servizi pubblici dopo anni di esternalizzazioni e privatizzazioni da parte dello Stato, fino alla forte critica a diversi punti della c.d. “Buona Scuola” (L.107/2015) finalmente aboliti dal legislatore come gli ambiti territoriali dai quali il dirigente scolastico poteva effettuare la chiamata diretta del docente, il “bonus premiale” per i docenti (la mancetta che il preside poteva dare ai suoi fedelissimi senza passare per alcuna contrattazione) ed il percorso FIT (formazione iniziale e tirocinio) per i docenti della scuola secondaria che definimmo all’epoca il jobs act della scuola.

Naturalmente fino a quando non ci sarà una ripresa delle lotte collettive all’interno della categoria non saranno possibili generali miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro per tutti i dipendenti della scuola (personale ATA, docenti, istitutori e personale dei Convitti). E le lotte collettive non si inventano a tavolino. Con il pretesto dell’emergenza epidemiologica il Governo è inoltre tornato all’attacco su vari fronti, dall’introduzione di una sottocategoria di precari immediatamente licenziatili in seguito a lock down all’ulteriore intensificazione dei ritmi di lavoro e di responsabilità del personale dirigente, ATA e docente. L’aria nelle scuole si sta facendo sempre più pesante per tutti: per la prima volta si sta assistendo anche ad una massiccia richiesta di ritorno all’insegnamento da parte di molti dirigenti scolastici, in particolare tra i vincitori dell’ultimo concorso.

La nostra azione sindacale non può inoltre non tener conto del fatto che l’Italia, molto più di altri paesi d’Europa, ha portato avanti, negli ultimi decenni, una costante politica di tagli alla spesa per l’ istruzione pubblica, basti ricordare soltanto i 10 miliardi di euro tagliati da Tremonti e Gelmini nel 2008 ed i 4 miliardi tagliati nel 2018 dal primo governo Conte mentre alle scuole private nel 2020 sono stati raddoppiati i fondi, passati da 150 a 300 milioni di euro. Questa costante politica di impoverimento della scuola pubblica, generalmente finalizzata al finanziamento di manovre di salvataggio di bancarottieri vari (come i diversi “capitani coraggiosi” di Alitalia e i titolari di banche “amiche”) è stata portata avanti, in maniera trasversale, dai governi di tutti i colori politici ed ha fatto sì che il sistema scolastico statale (che interessa oggi oltre 1 milione di lavoratori e circa 8,5 milioni di studenti) raggiungesse un livello di degrado che non ha paragoni in Europa, da nessun punto di vista. I fondi aggiuntivi recentemente stanziati dal Decreto “Rilancio” (977 milioni) e dal Decreto “Agosto” (920 milioni) non possono far parlare di una vera inversione di tendenza nella spesa scolastica: l’Italia continua ad essere estremamente avara nella spesa d’Istruzione rispetto al PIL con un rapporto fermo al 3,6% rispetto ad una media europea del 5%.

Da un recente studio dell’UPI (Unione delle province italiane) è emerso che il 51% degli edifici che ospitano le scuole secondarie di secondo grado sono stati realizzati prima del 1976 e solo il 10 % è stato realizzato negli ultimi 20 anni. Di tutti questi edifici soltanto il 49% dispone di una palestra, mentre solo il 43 % di un’aula magna.

Tra il 2013 ed il 2018 il tasso medio nazionale di abbandono scolastico è stato pari al 24% (circa il doppio della media europea). Negli ultimi 10 anni 1,8 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola. È come se ogni anno una città come Reggio Calabria (o come Reggio Emilia) sparisse dalla cartina geografica. Superfluo ricordare che si tratta soprattutto di giovani di estrazione sociale meno abbiente con buona pace di tutti i sostenitori della scuola- azienda degli ultimi 30 anni che favorirebbe l’ascensione sociale ed il merito.

L’età media dei docenti italiani è la più elevata d’Europa. Il 59% degli insegnanti ha più di 50 anni di età (la media UE è intorno al 36%) ed il 17% ha oltre 60 anni. Si tratta quindi, insieme agli ATA, di persone che rientrano a pieno titolo nella categoria di lavoratori fragili davanti al coronavirus. Gli insegnanti rappresentano in Italia una delle categorie più esposte al rischio di patologie psichiatriche.

I salari degli insegnanti italiani (come praticamente quelli di tutti i lavoratori dipendenti del nostro Paese, pubblici e privati) sono i più bassi d’Europa con una media di 30mila euro lordi l’anno rispetto ai 43mila dei colleghi francesi e i 60mila quelli tedeschi e olandesi.

Quasi il 30% della categoria è precaria rispetto ad una media UE del 13-15%.  

Una parte del personale di ruolo ATA (assunto il 1 marzo 2020) è in part time e a salario ridotto a causa delle modalità del recente processo d’internalizzazione.

È falso inoltre affermare che nella Pubblica Amministrazione non si siano verificate perdite di posti di lavoro in seguito all’esplosione dell’emergenza COVID. Nel comparto scuola non è stato prorogato il contratto di lavoro ai supplenti brevi (ATA e docenti) nonostante i roboanti proclami governativi che hanno accompagnato il decreto “Cura Italia” del marzo 2020, in base al quale le scuole avrebbero addirittura dovuto prorogare il contratto dei supplenti brevi anche in caso di rientro del titolare. Tutto questo è rimasto lettera morta soprattutto a causa di successive circolari con cui il Ministero ha di fatto proibito ai dirigenti scolastici di effettuare le proroghe. Il Decreto “Rilancio” ha poi introdotto la nuova figura del precario “usa e getta” che sarà licenziato appena le scuole saranno chiuse in seguito a nuovi lock down.

Con la scusa del “lavoro da remoto” è quasi sembrato normale, per molti dirigenti ministeriali e capi d’istituto, che i docenti e assistenti amministrativi potessero lavorare in qualsiasi giorno della settimana e a qualsiasi orario. Dai primi chiarimenti relativi al Decreto “Agosto” sembra comunque che il personale ATA sarà escluso dallo Smart Working per il prossimo anno scolastico. Lo spettro del ritorno della DAD sembra invece sempre più dietro l’angolo. L’insegnante è diventato di fatto un videoterminalista ed è per questa ragione occorre lottare affinché diventi anche destinatario di tutte le relative misure di tutela previste dalla normativa che riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro. Mentre scriviamo questo documento è in dirittura d’arrivo un accordo sulla DAD con cui i soliti sindacati complici potrebbero gettare la solita ciambella di salvataggio ad una ministra fortemente in difficoltà.

A questo attuale quadro si dovrà poi aggiungere l’implementazione delle recenti linee guida sulla riapertura delle scuole per l’a.s. 2020/21 con tutte le incertezze che contengono.

Nonostante la gravità della situazione, l’adesione agli scioperi nel comparto scuola continua ad essere molto bassa, indipendentemente dalle sigle sindacali che lo proclamano, basti pensare che lo sciopero indetto l’ 8 giugno 2020 dai 5 sindacati c.d. “maggiormente rappresentativi” ha registrato un’adesione sotto l’1% dei lavoratori formalmente in servizio. Oltre a dover prendere atto dei livelli di debolezza generale di buona parte del movimento dei lavoratori del nostro Paese (e non solo) ci siamo continuamente interrogati sulle ragioni della mancata adesione agli scioperi nella scuola (se non del vero e proprio rifiuto di massa nei confronti dello sciopero) ed abbiamo sempre trovato come principale risposta (oltre ovviamente alla delusione causata dal puntuale collaborazionismo dei sindacati firmatari del CCNL) l’enorme eterogeneità socio-economica e conseguentemente culturale della categoria. È sotto gli occhi di tutti che nel comparto scuola vi siano lavoratori di tutte le estrazioni sociali compresi larghi strati di media borghesia che non vive certo del solo stipendio della scuola in quanto anche percettore di redditi da patrimonio, proventi dall’esercizio di libera professione (o comunque da secondo lavoro) regolarmente autorizzato dal dirigente se non addirittura da profitti (o quote di profitto) derivanti dalla gestione d’impresa. Questa componente di media borghesia, non trascurabile ma nemmeno maggioritaria, ha indubbiamente contribuito ad alimentare tra tutti i lavoratori della scuola l’ideologia, tuttora dominante, del merito e della produttività. Questa ideologia, rigida e dogmatica come le più fanatiche religioni, lungi dall’essere utile ad una migliore valorizzazione del personale, serve soltanto a dividere i lavoratori, a giustificare le ingiustizie, le disuguaglianze e le arbitrarie discriminazioni all’interno della scuola come all’interno della società in generale. SGB è un sindacato di classe il quale, in ogni categoria, deve innanzitutto definire il suo “target group” di riferimento alfine anche di utilizzare razionalmente tutte le sue energie. Lo diciamo senza mezzi termini: SGB è un sindacato aperto a tutti, senza alcun pregiudizio nei confronti di nessuno (siamo indipendenti da qualsiasi soggetto politico) ma non è un sindacato che si rivolge a tutti. Non abbiamo alcuna velleità di portare sul terreno della lotta di classe persone che non appartengono alla nostra classe pur rientrando nella categoria di lavoratori dipendenti. Il nostro chiodo fisso è un altro: portare dalla parte della lotta tutti i lavoratori salariati della scuola, coloro che con lo stipendio devono pagarsi il mutuo o l’affitto di casa, curarsi la salute, coltivare interessi nel tempo libero e mantenere dignitosamente la famiglia. Questo è il nostro target di riferimento, questa è la nostra classe. Questi lavoratori sono però spesso imprigionati da logiche individualiste, divisive e, nel lungo periodo, perdenti come la logica produttivista (lavorare di più, eventualmente anche fuori dalla scuola fino a perdere qualsiasi spazio di vita che non sia funzionale al lavoro) e/o la logica meritocratica (l’illusione di essere, prima o poi, il prescelto del dirigente per fare più soldi e magari anche per lavorare meno pesando sulle spalle degli altri). Purtroppo molti di questi lavoratori hanno fatto propria l’ideologia liberista dominante. Per rendersi conto di quanto sia riuscito il capolavoro propagandistico sul merito basti pensare che tra i suoi più accaniti sostenitori vi siano proprio tanti precari, cioè le principali vittime delle politiche di tagli e dei concorsi per pochi. Ovviamente anche i sindacati hanno delle responsabilità enormi su questi livelli di disaffezione verso la mobilitazione collettiva soprattutto per la continua contrattazione al ribasso sull’aspetto salariale.

Le evidenti contraddizioni tra i proclami governativi degli ultimi anni ed i fatti concreti hanno però aperto, anche nel mondo della scuola, la fase della disillusione verso il modello liberista. Anche i soggetti più refrattari alla critica cominciano a rendersi conto di quanto il sistema scuola-azienda faccia acqua da tutte le parti: i risultati della valutazione standardizzata (INVALSI) non coincidono quasi mai con le valutazioni degli apprendimenti prodotte dagli insegnanti, i livelli di apprendimento degli studenti diminuiscono all’ aumentare dei ritmi di produttività imposti ai lavoratori della scuola, il precariato aumenta nonostante la retorica meritocratica, la disoccupazione giovanile cresce in misura proporzionale al numero di ore svolte in alternanza scuola-lavoro, le scuole funzionano sempre peggio malgrado l’introduzione di nuove norme di legge che nel corso degli anni hanno via via introdotto nella pubblica amministrazione tutti i concetti di gestione aziendale del settore privato (se questa è la buona scuola non osiamo immaginare quale possa essere la cattiva).

È compito di un sindacato come il nostro dare uno sbocco di lotta, collettiva e di classe, a questa disillusione che altrimenti aprirà sempre più la strada, nella scuola come nella società intera, alle ingannevoli scorciatoie sovraniste, razziste, corporative e reazionarie portate avanti dai demagoghi di turno.

Non è proclamando scioperi su facebook che si rilancia il movimento di lotta e si costruisce il sindacato di classe nella scuola. Occorre prima di tutto un lavoro paziente di radicamento nei luoghi di lavoro e sui territori, una costante attività di controinformazione, una conflittualità diffusa e quotidiana, una presenza critica all’interno dei movimenti. Questo modo di operare ci vede molto diversi da altre sigle di base.

 

LA LOTTA DEGLI EX LSU ATA

Dal 1 marzo 2020 sono stati finalmente internalizzati e assunti alle dirette dipendenze del Ministero dell’Istruzione oltre 11mila collaboratori scolastici ex LSU (lavoratori socialmente utili ex dipendenti di aziende private in appalto agli istituti scolastici) in applicazione della legge di bilancio dell’anno precedente. Si è trattato di un evento storico, in piena controtendenza rispetto a tutte le misure di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici degli ultimi 30 anni. Questo risultato è stato soprattutto il frutto della lotta del sindacalismo di base che fin dagli anni ’90 si è sempre battuto contro le esternalizzazioni. Purtroppo i lavoratori coinvolti dall’internalizzazione dovevano essere otre 16 mila. Si è creata quindi una nuova massa di esodati di 4000/5000 lavoratori che sono stati di fatto licenziati non essendo più dipendenti delle aziende e non essendo rientrati nelle assunzioni statali. Secondo sindacati e sindacatini complici del governo non bisognerebbe parlare di questi esodati. Ci sono inoltre diverse migliaia di lavoratori in part time che si son trovati a metà stipendio in seguito all’internalizzazione. L’unica risposta che il legislatore (Decreto Rilancio) ha finora trovato per questi lavoratori è un full time fino al 31 dicembre 2020. SGB è uno dei sindacati con maggiore presenza all’interno di questo segmento di categoria e deve continuare a portare avanti le lotte sia per il full time che per il diritto al lavoro per gli esuberi e per gli esclusi.

LA QUESTIONE DEL PRECARIATO

La questione del precariato, soprattutto per gli insegnanti, è molto lontana dall’essere risolta nonostante le massicce immissioni in ruolo avvenute con il c.d. piano straordinario delle assunzioni del 2015. Il precariato nella scuola pubblica italiana continua ad essere un vero e proprio esercito di riserva di lavoratori che vengono volutamente reclutati dal Governo attraverso contratti a tempo determinato in maniera tale da rendere più facile il loro licenziamento nel caso di esigenze di finanza pubblica. I minori livelli retributivi dei precari incidono inoltre negativamente sugli andamenti retributivi generali della categoria.

Fin dal primo governo Conte è stata evidente l’intenzione del nuovo esecutivo di voler conservare gli attuali livelli di precariato nella scuola. Già con il c.d. “decreto dignità” la prima maggioranza giallo-verde aveva infatti provveduto ad eliminare il divieto (previsto dalla L 107) alla reiterazione dei contratti oltre i 36 mesi di servizio senza però prevedere alcun nuovo piano straordinario di assunzioni.

Per i docenti della scuola primaria si è registrato, in seguito alla sentenza del dicembre 2017, il rifiuto di riaprire le GAE (graduatorie ad esaurimento) per consentire il nuovo ingresso dei diplomati magistrali ante 2000/2001 o comunque di avviare una procedura straordinaria di stabilizzazione per tutti i precari con tale titolo e con 36 mesi di servizio, mettendo così la parola fine ad un’annosa vicenda che va avanti da oltre 20 anni nei tribunali di tutto il Paese. Per quanto riguarda invece i docenti precari della scuola secondaria, il gran rifiuto della ministra Azzolina (ultimo grande monumento al trasformismo, all’opportunismo e al carrierismo più becero di questo paese) di aumentare significativamente il numero dei posti messi a bando per il concorso straordinario e di indire tale concorso solo per titoli e per servizi ha reso ancora più evidente la volontà politica di conservare il precariato. I posti nella scuola ci sono ma è del tutto evidente che Governo e Ministra preferiscono che oltre il 30% di questi venga occupato da persone con contratto a termine. Una volta assunti i precari hanno anche meno diritti, alcuni stabiliti dalla Legge (es. la carta del docente di 500 euro annui) e molti altri, stabiliti vergognosamente dal CCNL firmato dai soliti sindacati complici (permessi personali retribuiti etc). Inoltre assisteremo all’assunzione a tempo determinato per l’a.s. 2020/2021, dalle nuove GPS, di diverse decine di migliaia di precari che saranno immediatamente licenziati nel caso di nuovi lock down.

Come SGB siamo sempre stati al fianco delle lotte sia dei precari della primaria che della secondaria, sia docenti che ATA, con il massimo rispetto verso le posizioni di tutti ma senza mai rinunciare a dire la nostra opinione. Per quanto riguarda i docenti abbiamo sempre chiarito la nostra posizione: SGB è favorevole ai concorsi come regolare canale di reclutamento ma per i precari storici (lavoratori con oltre 36 mesi di servizio) occorre fare una stabilizzazione straordinaria. Oggi dobbiamo purtroppo riconoscere che nonostante negli anni si siano sviluppati ciclicamente degli importanti movimenti di lotta dei precari della scuola, le condizioni di questi lavoratori continuano a peggiorare. In questi anni abbiamo individuato almeno quattro limiti enormi all’interno dei movimenti dei precari: l’illusione del governo/partito amico che possa risolvere i problemi, il ricorso ad azioni legali (seriali e collettive) che ha raggiunto dimensioni del tutto illogiche e irrazionali anche sul piano strettamente giuridico, la formula organizzativa del “comitato precari” trasversale alle varie sigle sindacali comprese quelle firmatarie del CCNL , l’ideologia meritocratica del tutti contro tutti (laureati SFP contro diplomati magistrali, abilitati SSIS contro TFA, abilitati TFA contro abilitati PAS, vincitori di concorso e non a abilitati contri tutti gli altri).

IL RAPPORTO TRA SGB ED I MOVIMENTI CHE DIFENDONO LA SCUOLA PUBBLICA

Se non ci sarà un’adeguata ed unitaria organizzazione delle lotte, gli unici soggetti che continueranno a pagare il prezzo della crisi da coronavirus saranno i lavoratori, con ulteriore sfruttamento e precarizzazione, e gli studenti, con la progressiva negazione del diritto allo studio.

Soprattutto per queste ragioni abbiamo manifestato nella scorsa primavera insieme a movimenti vari di studenti e genitori, in particolare per un ritorno della scuola in presenza ed in sicurezza. La nostra disponibilità a collaborare con questi movimenti rimane però condizionata ad alcuni punti che per noi sono imprescindibili tra i quali la negazione totale di fondi pubblici alle scuole private ed il netto rifiuto di una logica di riapertura delle scuole a tutti i costi solo per consentire alle persone costrette a lavorare di poter parcheggiare a scuola i propri figli.

LE NOSTRE BATTAGLIE

Fin dai prossimi mesi le nostre battaglie dovranno riguardare:

  1. L’aumento degli organici e la stabilizzazione dei precari;
  2. L’accelerazione dei tempi del secondo bando d’internalizzazione per gli ex LSU nel personale ATA con requisiti più larghi rispetto al primo bando fino all’assunzione dei 4000 esclusi;
  3. Passaggio definitivo (e non temporaneo fino al 31 dicembre) da contratto part time a contratto full per tutti i lavoratori ex LSU;
  4. Avvio di campagne per:
  • l’internalizzazione di tutte le figure lavorative che operano nelle scuole e che sono ancora alle dipendenze di aziende private esterne (educatori, assistenti igienico-sanitari etc);
  • la sicurezza negli edifici scolastici, non solo in considerazione del rischio COVID;
  • l’abbassamento dell’età pensionabile
  • gli aumenti stipendiali veri per tutto il personale scolastico;
  • la riduzione del carico di lavoro e di responsabilità per ATA e docenti (soprattutto del lavoro burocratico inutile e fine a stesso);
  • la democrazia sindacale all’interno della scuola;
  • il dirigente eletto dai lavoratori;
  • aumenti immediati in busta paga base, legati alla perdita di potere d'acquisto degli ultimi 15 anni.

INSIEME CONTINUEREMO A LOTTARE E A CRESCERE!

 

 

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Dopo l’accordo dello scorso aprile , sindacati e Ministero tornano a siglare un CCNI sulla pelle dei lavoratori ATA ex LSU condannati al salario dimezzato (il passaggio da part time a full time stabilito con il Decreto Rilancio scade il 31 dicembre 2020) e delle diverse migliaia di lavoratori esodati creati paradossalmente dal processo di internalizzazione (non più dipendenti delle aziende ma nemmeno assunti dallo Stato per mancanza di posti e/o di requisiti).

L'accordo disciplina la possibilità per quanti abbiano avuto un posto intero di chiedere trasferimento su altro posto intero, ma solo nell'organico destinato alla internalizzazione. Si sottolinea con forza che non verrà dato alcun posto aggiuntivo. Questi accordi rappresentano il maldestro tentativo di mettere una piccola toppa su un buco enorme. Lo ribadiamo per l’ennesima volta: la soluzione al problema degli esuberi e dei part time non sta nella mobilità interprovinciale (che comunque deve essere pienamente garantita) ma nell’incremento dei posti, soprattutto dove ci sono i part time egli esuberi. Il legislatore deve modificare la normativa concernente il processo d’internalizzazione affinché i prossimi bandi presentino requisiti molto meno stringenti ed un maggiore numero di posti. Non è possibile che sotto le aziende private i lavoratori in servizio nelle scuole erano circa 16mila (concentrati soprattutto nelle regioni del centro - Sud) per poi magicamente passare a circa 11mila per Legge. Come abbiamo già affermato ad aprile, il governo si era cacciato in un vicolo cieco a causa della scelta di disporre assunzioni su posti part time, anziché stanziare i fondi necessari a stabilizzare tutti. Chi era stato costretto ad accettare un posto part time avrebbe infatti potuto chiedere un posto intero (visto che non esistono a sistema posti che nascono part time), ma essendo insufficienti gli organici triennali, ci sarebbero stati migliaia di lavoratori perdenti posto (posto di titolarità e non di lavoro) che l’amministrazione avrebbe dovuto comunque sistemare, con anche il rischio di dover prendere i posti per le future assunzioni e gli incarichi per i supplenti annuali. Questo punto di debolezza del governo era un’occasione d’oro e andava sfruttato per ottenere lo stanziamento di risorse aggiuntive per consentire l’assunzione degli esclusi e la trasformazione da part time a tempo pieno. Ma i sindacati firmatari (e anche qualcun altro) continuano a muoversi in tutt’altra direzione cioè quella di far passare l’idea che il processo d’internalizzazione è da considerarsi concluso. Un accordo come quello del 3 agosto fa anche ridurre le speranze sulla volontà politica di prorogare il passaggio da part time a full time oltre il 31 dicembre.

SGB conferma la mobilitazione per continuare a rivendicare:

  • Lo spostamento dei posti rimasti vacanti, verso le regioni in cui risultavano lavoratori esclusi dalle assunzioni (anziché spostare i lavoratori e le loro famiglie), per favorire l’assunzione di quanti sono rimasti esclusi;
  • Lo stanziamento di risorse per trasformare i contratti part time in contratti a tempo pieno;
  • Al fine di non innescare una guerra tra poveri, saturando i posti destinati ai precari ATA delle graduatorie, considerare i posti occupati dagli assunti della procedura del 1 marzo come organico aggiuntivo di potenziamento, come fatto per i docenti, ai tempi delle assunzioni del 2015
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Mi chiamo M. F., e sono una lavoratrice precaria in uno degli ospedali pubblici della Regione
Emilia Romagna.
Quando a marzo è scoppiata l’emergenza COVID19, la prima difficoltà che ho avuto, oltre alla
impreparazione di fronte alla emergenza e alla mancanza di dispositivi di sicurezza, mascherine e
gel alcolico per le mani, è stata la conciliazione tra lavoro e famiglia.
Infatti, con la chiusura delle scuole, essendo madre di un bambino di 4 anni, ho dovuto fare i salti
mortali insieme al mio compagno, anch’egli lavoratore della sanità, per riuscire ad accudire mio
figlio e a garantire la mia presenza in servizio nel pieno di una emergenza sanitaria globale.
Tra marzo e aprile i numeri dei contagi e dei ricoveri sono diventati sempre più importanti, sicché
una parte del personale, afferente all’unità operativa dove svolgo la mia attività lavorativa, è stata
spostata sui reparti covid, aggravando, di fatto, la caraenza di organici che da tempo assilla il nostro
servizio, che, sebbene non direttamente coinvolto in prima linea nell’emergenza, ha comunque
continuato a lavorare a regime a garanzia dei livelli essenziali.
In tutte le fasi emergenziali, nonostante i proclami televisivi sulle migliaia di assunzioni in sanità,
non abbiamo mai assistito, nel nostro servizio, all’arrivo di nuove colleghe o colleghi. Semmai sono
state fatte assunzioni, la maggior parte a tempo determinato con contratto a un anno, sui pronto
soccorso o sui reparti maggiormente coinvolti dall’emergenza covid.
La riallocazione di personale su altri reparti ha acuito le conseguenze dell’insufficienza di organici,
per cui per me e per molte altre colleghe non è stato possibile usufruire dei permessi eccezionali per
gestione figlio minore e dei 30 giorni di congedo parentale al 50%.
Personalmente non ho potuto beneficiare di nessun giorno di congedo parentale e, di fatto, ho
sacrificato tutti gli affetti familiari, con mio figlio che è stato affidato ai nonni durante tutta la fase
di lockdown mantenendo come unico contatto una fugace videochiamata in skype.
Ho pensato che ancora una volta le donne hanno dovuto pagare il prezzo più salato non solo della
pandemia, ma anche di un mondo del lavoro sempre troppo misogino.
Nella fase 2 dell’emergenza, quando ancora l’ospedale era pieno di ricoveri per il coronavirus e una
grossa percentuale dei dipendenti era ancora dislocata sui reparti covid, è stato deciso il recupero e
la ri-articolazione di tutta l’attività ospedaliera e specialistica ambulatoriale sospesa nei mesi di
marzo, aprile e maggio.
Ne è conseguito che una mole di lavoro enorme (centinaia di migliaia di prenotazioni e
appuntamenti da rivedere), complicata dai criteri di distanziamento e di misure anticontagio, è stata
scaricata sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori, già particolarmente stremati fisicamente e
psicologicamente dalla fase più acuta dell’emergenza.
Sicché mentre una parte dei dipendenti spostati in precedenza è rimasta nei reparti covid , un’altra
parte è stata messa a fare le telefonate all’utenza un po’ per gestire l’accesso ai tamponi e un po’ per
ricollocare le prenotazioni e gli appuntamenti sospesi.
Alla fine, nella nostra unità operativa, sono rimasta da sola a fare e gestire il lavoro di tre risorse.
Un lavoro che spesso non finiva con la stimbratura e il ritorno a casa, perché è successo, a piùriprese, che anche da casa, alla domenica o a qualsiasi ora della sera tardi o della mattina presto, ho
dovuto collegarmi tramite telelavoro per completare l’attività.
Il colmo dei paradossi sarà quando a metà luglio, quando, dopo oltre 6 mesi, riuscirò finalmente (io
precaria della sanità) a fare una settimana di ferie e stare con mio figlio, il nostro responsabile
potrebbe essere costretto alla chiusura del nostro servizio.
Ovviamente la stanchezza, i ritmi frenetici, i carichi di lavoro aumentati a dismisura, le difficoltà di
distacco e la sempre più significativa carenza di personale hanno reso peggiori le condizioni
lavorative di giorno in giorno.
Spesso siamo costrette/i a lavorare tra confusione, completa disorganizzazione del lavoro, assenza
di informazione, totale mancanza di una comunicazione efficace e l’esasperazione degli utenti
smarriti che vorrebbero accedere a prestazioni che ancora non sono disponibili.
Le ore di straordinario, già abbondantemente accumulate in marzo e aprile, dal mese di maggio
sono diventate una costante giornaliera, sicché la mia giornata lavorativa ha iniziato ad allungarsi
sempre più. Prima 9 ore di lavoro al giorno, poi 10 e adesso 11 con punte di 12.
Nel solo mese di giugno ho lavorato per oltre 230 ore totali accumulando ben 90 ore di
straordinario, e luglio è iniziato sulla stessa falsariga. Peraltro, lo straordinario mi sarà pagato solo
se sul relativo fondo (condizioni di lavoro e incarichi) ci saranno risorse sufficienti da consentire la
liquidazione del tantissimo lavoro straordinario espletato da tutte le lavoratrici e i lavoratori.
Dopo oltre 4 mesi di emergenza, e con pochi momenti di riposo, posso dire che l’elevata
esposizione al rischio di stress e burnout comincia a farsi sentire. Ho iniziato ad accusare frequenti
cefalee, cervico-brachialgie, mal di schiena, eccessiva stanchezza, irritabilità, inappetenza,
agitazione, insonnia, crisi di pianto, esaurimento emotivo, distacco, scarso interesse per gli affetti
etc.
E, come se non bastasse, oltre il danno anche la beffa!
Infatti, dopo aver lavorato tanto e dopo tanti sacrifici, la mia situazione di precaria non rientra (per
soli 2 mesi) nei requisiti prestabiliti ai fini delle procedure di stabilizzazione (3 anni di attività negli
ultimi 8) individuate dal DL 75/2017 (DL Madia) come emendato dal decreto “milleproroghe”
2020.
Inoltre, del famoso premio di mille euro, promesso dal presidente della regione Emilia Romagna, ho
visto solo un’elemosina, per giunta tassata e con decurtazione oraria giacché parte dell’attività
svolta in surplus orario mi è stata remunerata come prestazione aggiuntiva (con una tariffa oraria di
50€ per un max di 8 ore), un istituto introdotto con la ex legge Sirchia e nato proprio per fare fronte
alle carenze di personale nelle emergenze.
Il 31 dicembre 2020 mi scadrà il contratto e sarà così anche per tante colleghe e tanti colleghi.
L’ospedale dove lavoro non ci dirà né grazie né arrivederci. In fretta e furia metterà in soffitta la
nostra esperienza e il nostro supporto, che però sono stati fondamentali nel bel mezzo di una
pandemia che non accadeva da 100 anni e quando nel mainstream ci elogiavano per il lavoro svolto
con la retorica degli “eroi”.
Ma a noi “eroine” precarie e “eroi” precari della sanità, che abbiamo dato più di quello che
umanamente si poteva dare e che abbiamo affrontato tutte le criticità di una pandemia planetariresteranno solo i segni devastanti sulla nostra salute psico-fisica dei turni infiniti e massacranti
pagati con mancette buone a malapena per un caffè al distributore.
E mentre la sanità del futuro continuerà a fare i conti con il precariato diffuso e la grave carenza di
personale, per noi, già formate/i e già conoscitrici e conoscitori delle mansioni e delle funzioni, ma
con contratti a termine sulla soglia dei 36 mesi e non più rinnovabili, ci saranno giornate, settimane
o mesi senza lavoro.
É questo l’unico riconoscimento che ci è stato riservato.

(Reading time: 2 - 3 minutes)

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È più di un mese che vari reparti sono stati trasformati in Reparti Covid 19 molte lavoratrici e molti lavoratori hanno rischiato la propria salute per svolgere il loro lavoro in condizioni non sempre ottimali, spesso per mancanza di Dispositivi di Protezione Individuali altre volte per negligenza dell’amministrazione.

Ad oggi la situazione lavorativa non è cambiata , in molti reparti si è ancora sottorganico di personale, non vediamo ancora la programmazione delle ferie estive, ferie e permessi sono bloccati e i soldi promessi dalla Giunta Regionale sono un miraggio di cui nessuno sa né le modalità né la distribuzione tra le categorie se non i soliti Sindacati Collaborazionisti di CGIL,CISL e UIL che prendono e firmano accordi in barba al consenso delle Lavoratrici e dei Lavoratori.

BASTA CHIAMARCI EROI, VOGLIAMO SALARIO

Chiediamo che i 1000 euro non siano la solita elemosina (una tantum) per fare stare zitti i lavoratori, vogliamo che il nostro stipendio sia adeguato al lavoro che con grandi sacrifici, per noi e per i nostri cari ogni giorno svolgiamo con impegno e dedizione.

Vogliamo che inizi subito la battaglia per vedere riconosciuti aumenti nel prossimo Contratto Collettivo Nazionale.

È questa la Battaglia che il Sindacato Generale di Base si impegnerà a compiere con il coinvolgimento e la partecipazione di tutte le lavoratrici ed i lavoratori della Sanità Pubblica nessuno escluso.

BASTA CHIAMARCI EROI, VOGLIAMO TUTELE

Chiediamo che l’Amministrazione si impegni immediatamente a trovare le risorse e i mezzi per ampliare i controlli sanitari adeguati per gli operatori sanitari.

Più test sierologici, più tamponi per chi lavora.

I test devono essere garantiti nelle tempistiche e nelle modalità decise dall’Azienda stessa, basta con le scuse, non possiamo concederci il dubbio di infettare altri cittadini o i nostri familiari senza i giusti accorgimenti e le adeguate misure.

Più Personale per svolgere il lavoro per l’esecuzione e la lettura delle analisi. Se necessario, imporre alle strutture private, che in questi anni sono state riempite di soldi pubblici, l’esecuzione delle stesse o il servizio del proprio personale presso le strutture pubbliche.

 

BASTA CHIAMARCI EROI, VOGLIAMO UNA SANITA’ PUBBLICA ED EFFICIENTE

Chiediamo che l’Amministrazione Ospedaliera e la Giunta Regionale, metta in atto un Piano di Riorganizzazione dell’intero servizio, adegui gli spazi, tuteli il personale ed i cittadini con le protezioni specifiche, prima di attuare la Fase 2 e non sperimentando sulla nostra pelle e su quella dei cittadini, perché ad oggi non ci sono le condizioni per riaprire tutto.

Basta con lo strizzare l’occhio alla Sanità Privata che in questa situazione ha dato il peggio di sé, badando solo al suo interesse economico.

La Giunta Regionale riveda tutti i criteri di accreditamento e si impegni a formare Organi di controllo e ispettivi, perché quelli esistenti erano già largamente insufficienti in tempi normali.

BASTA CHIAMARCI EROI, VOGLIAMO LAVORO STABILE

Chiediamo che tutte le Lavoratrici ed i lavoratori precari, che in questo mese sono stati impegnati in prima linea contro il COVID19, siano stabilizzati con contratti a tempo indeterminato.

Basta con la divisione dei lavoratori, tutti hanno diritto al lavoro stabile per realizzare il proprio futuro.

ORGANIZZATI CON IL SINDACATO GENERALE DI BASE

(Reading time: 1 minute)

muraglia

Alberto Muraglia, buttato nella gogna mediatica come esempio negativo di lavoratore pubblico è stato riabilitato da un tribunale, ma non ancora reintegrato al lavoro.

Noi non lo conosciamo, ma siamo dalla sua parte in questa battaglia.

In allegato il volantino da diffondere nei posti di lavoro

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 Scuola Io non ci sto

SI ALL’INTERNALIZZAZIONE DEGLI APPALTI

NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

NO A DISOCCUPAZIONE E SALARI DIMEZZATI

Scuola. Personale Ata ex lsu. Basta part time e tagli a salari e lavoro

Al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Reclamiamo il diritto alle assunzioni ed a contratti normali e dignitosi

Il 1 marzo le scuole statali hanno ripreso a gestire direttamente i servizi ausiliari, esternalizzati e dati in appalto da quasi 20 anni, assumendo, previo concorso, i lavoratori del settore.

Un progetto apri pista che, dopo 20 anni di lotte dei lavoratori, ha portato risparmi per le casse dello Stato, migliori servizi per la scuola ed i cittadini ed un trattamento più dignitoso per una parte del Personale.

Una scelta che può servire da modello per arrivare all’internalizzazione di tutti i servizi dati in appalto ai privati, a partire dagli educatori delle scuole, per arrivare a tutti gli appalti esterni della Pubblica Amministrazione

Purtroppo, delle 16.000 unità che lavoravano nelle nostre scuole, il Governo, riducendo il monte delle ore di lavoro previsto, ne ha assunte meno di 12.000, in gran parte (2 su 3), per la prima volta nella storia, con contratti part time e stipendi ridotti a poco più di 500 euro.

Gli altri 4.000 lavoratori sono rimasti nelle aziende originarie che, anche se in genere gestiscono ancora una miriade di appalti pagati con soldi pubblici, li hanno subito sospesi da lavoro, contratto e stipendio, annunciandone il licenziamento.

Un trattamento vergognoso che si inserisce nella politica di tagli alla scuola pubblica, unica a garantire l’istruzione per tutti, in favore dei trasferimenti di fondi pubblici alla scuola privata.

E continuano a peggiorare anche le condizioni dei lavoratori, con 4.000 che si ritrovano davanti al baratro della disoccupazione ed altri 8.000 costretti a contratti e stipendi vergognosamente tagliati a poco più di 500 euro al mese! Tutto questo nella scuola della Repubblica!

Non ci stiamo!

Rivendichiamo il diritto alla scuola ed a servizi pubblici, al lavoro e ad un contratto pieno, normale e dignitoso.

Per sottoscrivere clicca qui

 

 

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