(Reading time: 9 - 18 minutes)

discussione

RELAZIONE AL CONGRESSO NAZIONALE SGB 2020

 

PER LA COSTRUZIONE DI SGB NEL COMPARTO SCUOLA

 

LA FASE ATTUALE

Sono passati circa quattro anni dalla nostra fuoriuscita da altra organizzazione sindacale ai fini della costituzione di SGB e possiamo affermare di aver vinto tante scommesse, a partire dalla nostra sopravvivenza e dalla nostra crescita come sindacato, anche nella scuola. Abbiamo sicuramente confermato la nostra capacità di denuncia e di mobilitazione su diverse e fondamentali vertenze di interesse nazionale come la lotta delle maestre “diplomate magistrali” licenziate dall’assurda sentenza del dicembre 2017, la lotta dei docenti precari della scuola secondaria, partita nell’autunno del 2019, per un concorso realmente stabilizzante, per soli titoli e servizi (un importante percorso di lotta che ha avuto il suo sbocco nello sciopero del 14 febbraio 2020 a cui hanno aderito oltre 15mila lavoratori), il movimento di critica alla didattica a distanza (i nostri manuali di difesa giuridica dalla DAD sono stati i più consultati all’interno della categoria) fino alla lotta, ancora in corso, dei collaboratori scolastici ex LSU (assunti alla dirette dipendenze del Ministero dell’Istruzione il 1 marzo 2020) per il salario pieno e per l’assunzione delle migliaia di lavoratori esclusi dal primo bando di internalizzazione.

Siamo stati l’unico sindacato a proclamare ogni anno (salvo che nel 2020, anno in cui non si sono svolte le prove) lo sciopero nella scuola primaria durante le prove INVALSI coinvolgendo spesso la maggioranza dei docenti interessati.

Abbiamo indubbiamente migliorato i nostri livelli di relazioni istituzionali, sia di parte tecnica che politica, locali e nazionali, sempre improntati sui criteri di autonomia dalla controparte e trasparenza con gli iscritti, con i delegati e con tutti i lavoratori. Particolarmente seguiti sui social sono stati i nostri recenti incontri con esponenti del mondo politico che hanno avuto diretta competenza sulla scuola come il deputato Francesco Fusacchia (membro della VII Commissione Istruzione alla Camera), il deputato Luigi Gallo (presidente della VII Commissione) ed il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe De Cristofaro (chi è interessato ai contenuti di questi dibattiti può collegarsi agli appositi link).

Possiamo affermare di aver fornito, in questi ultimi anni, il nostro contribuito ad una certa inversione di tendenza nell’opinione pubblica (interna ed esterna al mondo della scuola) sulla necessità di internalizzare tutti i servizi pubblici dopo anni di esternalizzazioni e privatizzazioni da parte dello Stato, fino alla forte critica a diversi punti della c.d. “Buona Scuola” (L.107/2015) finalmente aboliti dal legislatore come gli ambiti territoriali dai quali il dirigente scolastico poteva effettuare la chiamata diretta del docente, il “bonus premiale” per i docenti (la mancetta che il preside poteva dare ai suoi fedelissimi senza passare per alcuna contrattazione) ed il percorso FIT (formazione iniziale e tirocinio) per i docenti della scuola secondaria che definimmo all’epoca il jobs act della scuola.

Naturalmente fino a quando non ci sarà una ripresa delle lotte collettive all’interno della categoria non saranno possibili generali miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro per tutti i dipendenti della scuola (personale ATA, docenti, istitutori e personale dei Convitti). E le lotte collettive non si inventano a tavolino. Con il pretesto dell’emergenza epidemiologica il Governo è inoltre tornato all’attacco su vari fronti, dall’introduzione di una sottocategoria di precari immediatamente licenziatili in seguito a lock down all’ulteriore intensificazione dei ritmi di lavoro e di responsabilità del personale dirigente, ATA e docente. L’aria nelle scuole si sta facendo sempre più pesante per tutti: per la prima volta si sta assistendo anche ad una massiccia richiesta di ritorno all’insegnamento da parte di molti dirigenti scolastici, in particolare tra i vincitori dell’ultimo concorso.

La nostra azione sindacale non può inoltre non tener conto del fatto che l’Italia, molto più di altri paesi d’Europa, ha portato avanti, negli ultimi decenni, una costante politica di tagli alla spesa per l’ istruzione pubblica, basti ricordare soltanto i 10 miliardi di euro tagliati da Tremonti e Gelmini nel 2008 ed i 4 miliardi tagliati nel 2018 dal primo governo Conte mentre alle scuole private nel 2020 sono stati raddoppiati i fondi, passati da 150 a 300 milioni di euro. Questa costante politica di impoverimento della scuola pubblica, generalmente finalizzata al finanziamento di manovre di salvataggio di bancarottieri vari (come i diversi “capitani coraggiosi” di Alitalia e i titolari di banche “amiche”) è stata portata avanti, in maniera trasversale, dai governi di tutti i colori politici ed ha fatto sì che il sistema scolastico statale (che interessa oggi oltre 1 milione di lavoratori e circa 8,5 milioni di studenti) raggiungesse un livello di degrado che non ha paragoni in Europa, da nessun punto di vista. I fondi aggiuntivi recentemente stanziati dal Decreto “Rilancio” (977 milioni) e dal Decreto “Agosto” (920 milioni) non possono far parlare di una vera inversione di tendenza nella spesa scolastica: l’Italia continua ad essere estremamente avara nella spesa d’Istruzione rispetto al PIL con un rapporto fermo al 3,6% rispetto ad una media europea del 5%.

Da un recente studio dell’UPI (Unione delle province italiane) è emerso che il 51% degli edifici che ospitano le scuole secondarie di secondo grado sono stati realizzati prima del 1976 e solo il 10 % è stato realizzato negli ultimi 20 anni. Di tutti questi edifici soltanto il 49% dispone di una palestra, mentre solo il 43 % di un’aula magna.

Tra il 2013 ed il 2018 il tasso medio nazionale di abbandono scolastico è stato pari al 24% (circa il doppio della media europea). Negli ultimi 10 anni 1,8 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola. È come se ogni anno una città come Reggio Calabria (o come Reggio Emilia) sparisse dalla cartina geografica. Superfluo ricordare che si tratta soprattutto di giovani di estrazione sociale meno abbiente con buona pace di tutti i sostenitori della scuola- azienda degli ultimi 30 anni che favorirebbe l’ascensione sociale ed il merito.

L’età media dei docenti italiani è la più elevata d’Europa. Il 59% degli insegnanti ha più di 50 anni di età (la media UE è intorno al 36%) ed il 17% ha oltre 60 anni. Si tratta quindi, insieme agli ATA, di persone che rientrano a pieno titolo nella categoria di lavoratori fragili davanti al coronavirus. Gli insegnanti rappresentano in Italia una delle categorie più esposte al rischio di patologie psichiatriche.

I salari degli insegnanti italiani (come praticamente quelli di tutti i lavoratori dipendenti del nostro Paese, pubblici e privati) sono i più bassi d’Europa con una media di 30mila euro lordi l’anno rispetto ai 43mila dei colleghi francesi e i 60mila quelli tedeschi e olandesi.

Quasi il 30% della categoria è precaria rispetto ad una media UE del 13-15%.  

Una parte del personale di ruolo ATA (assunto il 1 marzo 2020) è in part time e a salario ridotto a causa delle modalità del recente processo d’internalizzazione.

È falso inoltre affermare che nella Pubblica Amministrazione non si siano verificate perdite di posti di lavoro in seguito all’esplosione dell’emergenza COVID. Nel comparto scuola non è stato prorogato il contratto di lavoro ai supplenti brevi (ATA e docenti) nonostante i roboanti proclami governativi che hanno accompagnato il decreto “Cura Italia” del marzo 2020, in base al quale le scuole avrebbero addirittura dovuto prorogare il contratto dei supplenti brevi anche in caso di rientro del titolare. Tutto questo è rimasto lettera morta soprattutto a causa di successive circolari con cui il Ministero ha di fatto proibito ai dirigenti scolastici di effettuare le proroghe. Il Decreto “Rilancio” ha poi introdotto la nuova figura del precario “usa e getta” che sarà licenziato appena le scuole saranno chiuse in seguito a nuovi lock down.

Con la scusa del “lavoro da remoto” è quasi sembrato normale, per molti dirigenti ministeriali e capi d’istituto, che i docenti e assistenti amministrativi potessero lavorare in qualsiasi giorno della settimana e a qualsiasi orario. Dai primi chiarimenti relativi al Decreto “Agosto” sembra comunque che il personale ATA sarà escluso dallo Smart Working per il prossimo anno scolastico. Lo spettro del ritorno della DAD sembra invece sempre più dietro l’angolo. L’insegnante è diventato di fatto un videoterminalista ed è per questa ragione occorre lottare affinché diventi anche destinatario di tutte le relative misure di tutela previste dalla normativa che riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro. Mentre scriviamo questo documento è in dirittura d’arrivo un accordo sulla DAD con cui i soliti sindacati complici potrebbero gettare la solita ciambella di salvataggio ad una ministra fortemente in difficoltà.

A questo attuale quadro si dovrà poi aggiungere l’implementazione delle recenti linee guida sulla riapertura delle scuole per l’a.s. 2020/21 con tutte le incertezze che contengono.

Nonostante la gravità della situazione, l’adesione agli scioperi nel comparto scuola continua ad essere molto bassa, indipendentemente dalle sigle sindacali che lo proclamano, basti pensare che lo sciopero indetto l’ 8 giugno 2020 dai 5 sindacati c.d. “maggiormente rappresentativi” ha registrato un’adesione sotto l’1% dei lavoratori formalmente in servizio. Oltre a dover prendere atto dei livelli di debolezza generale di buona parte del movimento dei lavoratori del nostro Paese (e non solo) ci siamo continuamente interrogati sulle ragioni della mancata adesione agli scioperi nella scuola (se non del vero e proprio rifiuto di massa nei confronti dello sciopero) ed abbiamo sempre trovato come principale risposta (oltre ovviamente alla delusione causata dal puntuale collaborazionismo dei sindacati firmatari del CCNL) l’enorme eterogeneità socio-economica e conseguentemente culturale della categoria. È sotto gli occhi di tutti che nel comparto scuola vi siano lavoratori di tutte le estrazioni sociali compresi larghi strati di media borghesia che non vive certo del solo stipendio della scuola in quanto anche percettore di redditi da patrimonio, proventi dall’esercizio di libera professione (o comunque da secondo lavoro) regolarmente autorizzato dal dirigente se non addirittura da profitti (o quote di profitto) derivanti dalla gestione d’impresa. Questa componente di media borghesia, non trascurabile ma nemmeno maggioritaria, ha indubbiamente contribuito ad alimentare tra tutti i lavoratori della scuola l’ideologia, tuttora dominante, del merito e della produttività. Questa ideologia, rigida e dogmatica come le più fanatiche religioni, lungi dall’essere utile ad una migliore valorizzazione del personale, serve soltanto a dividere i lavoratori, a giustificare le ingiustizie, le disuguaglianze e le arbitrarie discriminazioni all’interno della scuola come all’interno della società in generale. SGB è un sindacato di classe il quale, in ogni categoria, deve innanzitutto definire il suo “target group” di riferimento alfine anche di utilizzare razionalmente tutte le sue energie. Lo diciamo senza mezzi termini: SGB è un sindacato aperto a tutti, senza alcun pregiudizio nei confronti di nessuno (siamo indipendenti da qualsiasi soggetto politico) ma non è un sindacato che si rivolge a tutti. Non abbiamo alcuna velleità di portare sul terreno della lotta di classe persone che non appartengono alla nostra classe pur rientrando nella categoria di lavoratori dipendenti. Il nostro chiodo fisso è un altro: portare dalla parte della lotta tutti i lavoratori salariati della scuola, coloro che con lo stipendio devono pagarsi il mutuo o l’affitto di casa, curarsi la salute, coltivare interessi nel tempo libero e mantenere dignitosamente la famiglia. Questo è il nostro target di riferimento, questa è la nostra classe. Questi lavoratori sono però spesso imprigionati da logiche individualiste, divisive e, nel lungo periodo, perdenti come la logica produttivista (lavorare di più, eventualmente anche fuori dalla scuola fino a perdere qualsiasi spazio di vita che non sia funzionale al lavoro) e/o la logica meritocratica (l’illusione di essere, prima o poi, il prescelto del dirigente per fare più soldi e magari anche per lavorare meno pesando sulle spalle degli altri). Purtroppo molti di questi lavoratori hanno fatto propria l’ideologia liberista dominante. Per rendersi conto di quanto sia riuscito il capolavoro propagandistico sul merito basti pensare che tra i suoi più accaniti sostenitori vi siano proprio tanti precari, cioè le principali vittime delle politiche di tagli e dei concorsi per pochi. Ovviamente anche i sindacati hanno delle responsabilità enormi su questi livelli di disaffezione verso la mobilitazione collettiva soprattutto per la continua contrattazione al ribasso sull’aspetto salariale.

Le evidenti contraddizioni tra i proclami governativi degli ultimi anni ed i fatti concreti hanno però aperto, anche nel mondo della scuola, la fase della disillusione verso il modello liberista. Anche i soggetti più refrattari alla critica cominciano a rendersi conto di quanto il sistema scuola-azienda faccia acqua da tutte le parti: i risultati della valutazione standardizzata (INVALSI) non coincidono quasi mai con le valutazioni degli apprendimenti prodotte dagli insegnanti, i livelli di apprendimento degli studenti diminuiscono all’ aumentare dei ritmi di produttività imposti ai lavoratori della scuola, il precariato aumenta nonostante la retorica meritocratica, la disoccupazione giovanile cresce in misura proporzionale al numero di ore svolte in alternanza scuola-lavoro, le scuole funzionano sempre peggio malgrado l’introduzione di nuove norme di legge che nel corso degli anni hanno via via introdotto nella pubblica amministrazione tutti i concetti di gestione aziendale del settore privato (se questa è la buona scuola non osiamo immaginare quale possa essere la cattiva).

È compito di un sindacato come il nostro dare uno sbocco di lotta, collettiva e di classe, a questa disillusione che altrimenti aprirà sempre più la strada, nella scuola come nella società intera, alle ingannevoli scorciatoie sovraniste, razziste, corporative e reazionarie portate avanti dai demagoghi di turno.

Non è proclamando scioperi su facebook che si rilancia il movimento di lotta e si costruisce il sindacato di classe nella scuola. Occorre prima di tutto un lavoro paziente di radicamento nei luoghi di lavoro e sui territori, una costante attività di controinformazione, una conflittualità diffusa e quotidiana, una presenza critica all’interno dei movimenti. Questo modo di operare ci vede molto diversi da altre sigle di base.

 

LA LOTTA DEGLI EX LSU ATA

Dal 1 marzo 2020 sono stati finalmente internalizzati e assunti alle dirette dipendenze del Ministero dell’Istruzione oltre 11mila collaboratori scolastici ex LSU (lavoratori socialmente utili ex dipendenti di aziende private in appalto agli istituti scolastici) in applicazione della legge di bilancio dell’anno precedente. Si è trattato di un evento storico, in piena controtendenza rispetto a tutte le misure di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici degli ultimi 30 anni. Questo risultato è stato soprattutto il frutto della lotta del sindacalismo di base che fin dagli anni ’90 si è sempre battuto contro le esternalizzazioni. Purtroppo i lavoratori coinvolti dall’internalizzazione dovevano essere otre 16 mila. Si è creata quindi una nuova massa di esodati di 4000/5000 lavoratori che sono stati di fatto licenziati non essendo più dipendenti delle aziende e non essendo rientrati nelle assunzioni statali. Secondo sindacati e sindacatini complici del governo non bisognerebbe parlare di questi esodati. Ci sono inoltre diverse migliaia di lavoratori in part time che si son trovati a metà stipendio in seguito all’internalizzazione. L’unica risposta che il legislatore (Decreto Rilancio) ha finora trovato per questi lavoratori è un full time fino al 31 dicembre 2020. SGB è uno dei sindacati con maggiore presenza all’interno di questo segmento di categoria e deve continuare a portare avanti le lotte sia per il full time che per il diritto al lavoro per gli esuberi e per gli esclusi.

LA QUESTIONE DEL PRECARIATO

La questione del precariato, soprattutto per gli insegnanti, è molto lontana dall’essere risolta nonostante le massicce immissioni in ruolo avvenute con il c.d. piano straordinario delle assunzioni del 2015. Il precariato nella scuola pubblica italiana continua ad essere un vero e proprio esercito di riserva di lavoratori che vengono volutamente reclutati dal Governo attraverso contratti a tempo determinato in maniera tale da rendere più facile il loro licenziamento nel caso di esigenze di finanza pubblica. I minori livelli retributivi dei precari incidono inoltre negativamente sugli andamenti retributivi generali della categoria.

Fin dal primo governo Conte è stata evidente l’intenzione del nuovo esecutivo di voler conservare gli attuali livelli di precariato nella scuola. Già con il c.d. “decreto dignità” la prima maggioranza giallo-verde aveva infatti provveduto ad eliminare il divieto (previsto dalla L 107) alla reiterazione dei contratti oltre i 36 mesi di servizio senza però prevedere alcun nuovo piano straordinario di assunzioni.

Per i docenti della scuola primaria si è registrato, in seguito alla sentenza del dicembre 2017, il rifiuto di riaprire le GAE (graduatorie ad esaurimento) per consentire il nuovo ingresso dei diplomati magistrali ante 2000/2001 o comunque di avviare una procedura straordinaria di stabilizzazione per tutti i precari con tale titolo e con 36 mesi di servizio, mettendo così la parola fine ad un’annosa vicenda che va avanti da oltre 20 anni nei tribunali di tutto il Paese. Per quanto riguarda invece i docenti precari della scuola secondaria, il gran rifiuto della ministra Azzolina (ultimo grande monumento al trasformismo, all’opportunismo e al carrierismo più becero di questo paese) di aumentare significativamente il numero dei posti messi a bando per il concorso straordinario e di indire tale concorso solo per titoli e per servizi ha reso ancora più evidente la volontà politica di conservare il precariato. I posti nella scuola ci sono ma è del tutto evidente che Governo e Ministra preferiscono che oltre il 30% di questi venga occupato da persone con contratto a termine. Una volta assunti i precari hanno anche meno diritti, alcuni stabiliti dalla Legge (es. la carta del docente di 500 euro annui) e molti altri, stabiliti vergognosamente dal CCNL firmato dai soliti sindacati complici (permessi personali retribuiti etc). Inoltre assisteremo all’assunzione a tempo determinato per l’a.s. 2020/2021, dalle nuove GPS, di diverse decine di migliaia di precari che saranno immediatamente licenziati nel caso di nuovi lock down.

Come SGB siamo sempre stati al fianco delle lotte sia dei precari della primaria che della secondaria, sia docenti che ATA, con il massimo rispetto verso le posizioni di tutti ma senza mai rinunciare a dire la nostra opinione. Per quanto riguarda i docenti abbiamo sempre chiarito la nostra posizione: SGB è favorevole ai concorsi come regolare canale di reclutamento ma per i precari storici (lavoratori con oltre 36 mesi di servizio) occorre fare una stabilizzazione straordinaria. Oggi dobbiamo purtroppo riconoscere che nonostante negli anni si siano sviluppati ciclicamente degli importanti movimenti di lotta dei precari della scuola, le condizioni di questi lavoratori continuano a peggiorare. In questi anni abbiamo individuato almeno quattro limiti enormi all’interno dei movimenti dei precari: l’illusione del governo/partito amico che possa risolvere i problemi, il ricorso ad azioni legali (seriali e collettive) che ha raggiunto dimensioni del tutto illogiche e irrazionali anche sul piano strettamente giuridico, la formula organizzativa del “comitato precari” trasversale alle varie sigle sindacali comprese quelle firmatarie del CCNL , l’ideologia meritocratica del tutti contro tutti (laureati SFP contro diplomati magistrali, abilitati SSIS contro TFA, abilitati TFA contro abilitati PAS, vincitori di concorso e non a abilitati contri tutti gli altri).

IL RAPPORTO TRA SGB ED I MOVIMENTI CHE DIFENDONO LA SCUOLA PUBBLICA

Se non ci sarà un’adeguata ed unitaria organizzazione delle lotte, gli unici soggetti che continueranno a pagare il prezzo della crisi da coronavirus saranno i lavoratori, con ulteriore sfruttamento e precarizzazione, e gli studenti, con la progressiva negazione del diritto allo studio.

Soprattutto per queste ragioni abbiamo manifestato nella scorsa primavera insieme a movimenti vari di studenti e genitori, in particolare per un ritorno della scuola in presenza ed in sicurezza. La nostra disponibilità a collaborare con questi movimenti rimane però condizionata ad alcuni punti che per noi sono imprescindibili tra i quali la negazione totale di fondi pubblici alle scuole private ed il netto rifiuto di una logica di riapertura delle scuole a tutti i costi solo per consentire alle persone costrette a lavorare di poter parcheggiare a scuola i propri figli.

LE NOSTRE BATTAGLIE

Fin dai prossimi mesi le nostre battaglie dovranno riguardare:

  1. L’aumento degli organici e la stabilizzazione dei precari;
  2. L’accelerazione dei tempi del secondo bando d’internalizzazione per gli ex LSU nel personale ATA con requisiti più larghi rispetto al primo bando fino all’assunzione dei 4000 esclusi;
  3. Passaggio definitivo (e non temporaneo fino al 31 dicembre) da contratto part time a contratto full per tutti i lavoratori ex LSU;
  4. Avvio di campagne per:
  • l’internalizzazione di tutte le figure lavorative che operano nelle scuole e che sono ancora alle dipendenze di aziende private esterne (educatori, assistenti igienico-sanitari etc);
  • la sicurezza negli edifici scolastici, non solo in considerazione del rischio COVID;
  • l’abbassamento dell’età pensionabile
  • gli aumenti stipendiali veri per tutto il personale scolastico;
  • la riduzione del carico di lavoro e di responsabilità per ATA e docenti (soprattutto del lavoro burocratico inutile e fine a stesso);
  • la democrazia sindacale all’interno della scuola;
  • il dirigente eletto dai lavoratori;
  • aumenti immediati in busta paga base, legati alla perdita di potere d'acquisto degli ultimi 15 anni.

INSIEME CONTINUEREMO A LOTTARE E A CRESCERE!

 

 

Attachments:
Download this file (relazionecongressoscuolasito.pdf)relazionecongressoscuolasito.pdf[ ]89 kB