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Oggi a Taranto, organizzata da Flmu/CUB, si è svolta la prima di una serie di assemblee pubbliche territoriali a cui partecipa SGB, in preparazione dello sciopero nazionale del 26 ottobre prossimo.
 L'assemblea, molto partecipata, in particolare da operai Ilva e dai rappresentanti dei vari comitati di cittadini che da anni si battono per la chiusura e la riconversione delle fonti inquinanti, ha messo al centro gli effetti del nefasto accordo Ilva del 6 settembre scorso. 
Un accordo che secondo SGB, vista la sua importanza, sia per contenuti che per il metodo seguito, parla ai lavoratori di tutti i settori e di tutto il Paese. Nell'insediamento operaio più grande d'Italia si è infatti formalizzato da parte dei sindacati firmatari (Cgil,Cisl,Uil,USB e UGL) che il sindacato deve occuparsi solo della lotta economica e considerare la questione ambientale e della salute nel lavoro, una variabile indipendente dalle lotte dei lavoratori, con buona pace delle conquiste ottenute nei decenni passati dal movimento operaio.
Per noi invece, il sindacato ed i lavoratori con esso, devono  dire la loro su come,quanto, cosa e per chi produrre, senza delegare ad altri soggetti. Gettare alle ortiche questa funzione, delegandola alle controparti (governo e padronato), nel caso di Taranto significa accettare che le fonti inquinanti continuino a seminare morti e malati di tumore, fra i lavoratori Ilva e in tutto il territorio composto in grandissima parte da lavoratori di altri settori e di chi un lavoro non ce l'ha.
L'accordo con la multinazionale angloindiana dell'acciaio , ArcelorMittal, la più grande del mondo e quasi monopolistica in Europa, è stato firmato senza avere conoscenza del piano industriale, vanificando così le poche ed inconsistenti "garanzie occupazionali" sbandierate dai firmatari, sindacati, governo, impresa oltre che da grande parte della stampa. L'unica cosa certa infatti è che i lavoratori da assumere e di conseguenza anche i 3000 da dichiarare in esubero, sono decisi dalla ArcelorMittal senza alcun criterio contrattato e che la produzione di acciaio passerà da 6 a 8 milioni di tonnellate annuali con l'unico vincolo di "Non aumentare le attuali immissioni".
 Un po' poco per un impianto le cui emissioni malefiche sono il portato di un ritardo tecnologico  che nessun padrone dell'acciaio è disponibile ad adeguare a livelli meno inquinanti, perché troppo costoso. È facile immaginare che, grazie anche ai decreti ad hoc del governo precedente e che l'attuale ha fatto suoi, i quali assegnano l'immunità penale in tema ambientale ai gestori dell'Ilva, ArcelorMittal aumenti ulteriormente le immissioni inquinanti come ha fatto in altre parti del mondo. Oppure, acquisito il portafogli clienti, trasferisca la produzione in altri suoi stabilimenti con la conseguenza  che a Taranto potrebbe essere in futuro assegnata una mera funzione logistica. Insomma, da qualsiasi parte si guardi L'accordo del 6 settembre scorso, si vede che fa acqua da tutte le parti. Se a tutto questo aggiungiamo che, secondo gli esperti del settore, per bonificare i danni inquinanti prodotti dall'Ilva ci vorranno decenni e che, in epoca di economia globalizzata, la produzione dell'acciaio in loco non è affatto fondamentale per l'economia complessiva del nostro Paese, l'unica seria proposta é quella della chiusura delle produzioni inquinanti, della bonifica e della RICONVERSIONE.  Una bonifica che, come ha spiegato anche il rappresentante nazionale di Medicina democratica, è da considerarsi come una attività economicamente vantaggiosa. Immaginarsi poi la possibilità di conversione dell'industria siderurgica in una città come Taranto con enormi e maggiori potenzialità occupazionali, grazie alla sua collocazione geografica, alla sua storia ed alla sua bellezza, non è affatto complicato; serve la volontà politica.
Questo obbiettivo è stato il filo conduttore dei vari interventi che si sono succeduti in assemblea, tutti convinti che la convocazione dello sciopero generale del 26 ottobre sia una importante occasione per fare scioperare e manifestare tutta la città. 
Da parte nostra faremo il massimo dello sforzo per contribuire alla mobilitazione che dovrà proseguire, unitariamente, fino al raggiungimento degli obiettivi. Siamo convintamente al fianco dei 392 operai dell'Ilva di Taranto che, come indicato dalla Flmu CUB, hanno votato NO.  Oggi questi lavoratori rappresentano una minoranza che non subisce il ricatto insito nell'accordo ma, non hanno vocazione minoritaria e coorporativa a differenza di chi ha firmato  barattando il lavoro per la salute. Per questo siamo convinti che insieme a loro,  diventeremo maggioranza. Lavoreremo perché l'accordo di Taranto sia rigettato dai lavoratori di tutte le aziende e di tutti i territori. 
La nostra prossima assemblea a cui invitiamo tutti a partecipare,  a Caserta lunedì  24 settembre. Tutti mobilitati!
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