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Per definire il nostro agire nei prossimi mesi ci sembra necessario leggere correttamente la fase politica in cui siamo immersi.

Il governo è espressione diretta della piccola e media borghesia rimasta schiacciata dai processi di finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia che hanno portato alla crisi mondiale del capitale evidenziatasi dal 2007. In Italia il processo di competizione globale fra blocchi economici è passato attraverso la nascita della UE e della moneta unica europea che, congiuntamente alle politiche locali e di cui le stesse si sono fatte strumento, hanno compresso sempre più salari e diritti ed allo stesso tempo la capacità di stare in campo per la gran parte della piccola industria, in un mercato interno reso completamente asfittico e poco profittevole per la stessa.

E’ proprio la necessità di ravvivare la domanda interna che ha spinto sia la Lega che il movimento 5 stelle a proporre, in campagna elettorale, politiche apparentemente a favore non solo dei piccoli imprenditori per i quali i 5 stelle hanno addirittura creato degli appositi fondi alimentati da parte dei loro stipendi da parlamentari, ma anche dei lavoratori e dei settori più popolari in generale. Queste politiche hanno segno diverso, iper liberista ad esempio la flat tax e redistributive, di stampo Keynesiano altre indicate principalmente dai 5 stelle che, può sembrare paradossale, si pongono ambedue l’obbiettivo di rivitalizzare il mercato interno. Le prime attraverso una ulteriore ridistribuzione delle risorse verso l’alto nella logica, errata storicamente oltre che infame, che più uno è ricco più uno spende favorendo così l’economia reale (sempre capitalistica ma reale) del proprio Paese. Le seconde invece redistributive verso il basso attraverso il reddito di cittadinanza etc . Politiche il cui finanziamento è impossibile se non attraverso deficit di bilancio in contrasto con i dettami UE oppure sottraendo ulteriori risorse ai ceti popolari e/o al welfare. Ambedue le proposte hanno inoltre bisogno di un sostegno attraverso alcuni interventi che vadano da una parte a circoscrivere e “blindare” il mercato interno (divieto di delocalizzare, blocco di alcune importazioni, etc) e ad intervenire direttamente sulle piccole imprese con sostegni economici e normativi e sul lavoro reso troppo precario dai governi precedenti. Insomma un misto fritto determinato da due strategie che seppure mantengono lo stesso obbiettivo di breve periodo, sono fra loro incompatibili nel medio lungo periodo. Nessuna delle due ovviamente ha natura di classe ma ambedue strizzano l’occhio ai lavoratori ed ai ceti popolari. La natura ideologicamente interclassista delle politiche governative è stata più volte esplicitata e rivendicata da Di Maio il quale continua a sostenere che non devono esistere conflitti fra lavoratori e datori di lavoro che devono invece fare “un gioco di squadra” per aumentare la “competitività delle imprese” e i diritti dei lavoratori.

Con questi presupposti però le due forze politiche che ora governano, hanno fatto il pieno del consenso elettorale fra i settori di classe (vedi lo studio del Cattaneo) che oggi ancora ripongono in esse molte aspettative e non ci deve ingannare il fatto che le prime misure (a costo zero) come quelle contro i migranti e tese a rinfocolare una “guerra fra poveri” già ben presente nella nostra società, siano state eticamente odiose ed abbiano visto l’elite di “sinistra” all’attacco attraverso tutti i suo strumenti (media, partiti, sindacati etc). La luna di miele fra gli elettori e i giallo/verdi è appena iniziata e le contraddizioni insite nel loro programma non sono ancora deflagrate, questo a causa anche della scarsa credibilità delle forze politiche e sociali di opposizione che nei decenni passati , oltre ad avere sostenuto la nascita della UE e l’entrata nella propria area monetaria (E’ del

1996 l’eurotassa del Governo Prodi), hanno fatto carne da macello dei lavoratori e dei settori popolari in genere.

Mai come ora c’è bisogno di un lavoro sindacale che faccia esplodere le contraddizioni di cui sopra, come presupposto per la costruzione di un sindacato realmente di classe.

Bisogna incalzarli stando sui temi per noi dirimenti (a partire dai 4 punti della nostra piattaforma, salario, welfare, democrazia, guerra) e attraverso campagne articolate nei luoghi di lavoro in un rapporto stretto con ogni singolo lavoratore.

Un lavoro che non si esaurisce certamente con la convocazione di uno sciopero generale che alcune illusorie tesi movimentiste vedono addirittura come un mezzo fine a se stesso in quanto basta essere in piazza per “aggregare la gente”.

Per noi lo sciopero generale non può che essere il risultato di un percorso di mobilitazione in grado, seppur nei nostri limiti soggettivi, di aggregare realmente i lavoratori facendone crescere la coscienza, di fare sintesi delle lotte che organizziamo nei vari ambiti e che soprattutto sia in grado di evidenziare una prospettiva ossia di essere sia funzionale alla costruzione del sindacato di classe. Per spiegarci meglio, prendiamo a prestito una frase del sindacato Pame che in un suo documento afferma che “Lo sciopero non è solo “astensione dal lavoro”, è una grande arma della classe operaia nella sua lotta per la giustizia sociale e la prospettiva. Dobbiamo dire che ci vuole abilità per utilizzare questa arma, perché quando non viene utilizzata correttamente, potrebbe essere usata contro la classe operaia e i suoi interessi”

Questo, purtroppo è ciò che è successo con la convocazione dello sciopero dei trasporti dell’8 giugno scorso, data scelta a freddo, ben prima della nascita del governo, per poterla trasformare in data di sciopero generale intercategoriale. Lo sciopero dell’8 giugno, al quale SGB non ha aderito, proprio per questi motivi, è stato un fallimento sia come adesioni che come capacità comunicativa nei confronti dei lavoratori. Non possiamo certamente essere noi a praticare una strada che invece che rafforzare lo strumento dello sciopero, lo svilisce agli occhi dei lavoratori fornendo un’arma straordinaria in mano al padronato. Al di là del fatto che a fronte del fallimento di uno sciopero bisognerebbe fermarsi e ragionare sulle motivazioni che hanno portato a quel fallimento anziché perseverare nella strada sbagliata, crediamo che sia necessario avviare da subito una mobilitazione con modalità e contenuti diversi da quelli della piattaforma che abbiamo condiviso, esclusivamente come importante elemento di unità d’azione anche con coloro con cui non si condividono gli obbiettivi strategici.

Possiamo avviare da subito un percorso che metta al primo posto i contenuti, articolati nei 4 punti che abbiamo definito, insieme ai compagni della cub che ne hanno già condiviso l’importanza e con tutti coloro che la vorranno condividere. Un percorso i cui contenuti parlino direttamente ai lavoratori, evidenziando le contraddizioni delle politiche governative e definisca collettivamente, campagne specifiche, tempi e modi per arrivare allo sciopero generale. Crediamo che , sulla base della nostra piattaforma, si debbano convocare assemblee territoriali, aperte a tutti i militanti e i quadri sindacali, realmente impegnati sui luoghi di lavoro e nelle lotte sociali, disponibili al confronto su queste basi.

Assemblee e contenuti saranno definiti in un apposito incontro entro la fine del mese.

Bologna 16/06/2018

Direttivo Nazionale SGB

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