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28 febbraio Un accordo che chiude il cerchio della complicità padroni sindacati

Nella notte del 28 febbraio, Cgil,Cisl e Uil, hanno firmato un accordo con Confindustria su contrattazione e rappresentanza.
Un accordo con il quale, a pochi giorni dal voto elettorale, chiedono di trasformare in Legge l'accordo del 10 gennaio 2014, firmato a sua volta da tutte le associazioni datoriali, Cgil,Cisl,Uil,Usb,Cobas e Sindacati Autonomi.

L’accordo del 10 gennaio, che recepisce tutti gli accordi interconfederali precedenti, sancisce il passaggio dalla fase della concertazione sindacale, che ha avuto inizio con gli accordi del 1992/1993, a quella della complicità fra i soggetti firmatari. Un modello di relazioni industriali che cancella ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro dove solo i firmatari possono presentarsi alle elezioni delle rsu e previo impegno a non mettere in atto alcuna azione conflittuale contro accordi e contratti nonchè a punire coloro che disobbediscono.
Un sistema di relazioni industriali che è l’architrave senza la quale sarebbe molto più complicato, per padronato e governi, continuare a scaricare sulle spalle dei lavoratori e dei settori popolari i costi della crisi permanente e della ristrutturazione del sistema economico e sociale che stanno attuando. Fuori e contro l’accordo del 10 gennaio continuano a battersi, fornendo ai lavoratori la piena agibilità di ogni forma di conflitto, sciopero compreso, alcuni sindacati di Base come SGB e CUB.
Per questo ora, Cgil,Cisl,Uil e Confindustria ne chiedono la trasformazione in Legge e lo fanno entrando prepotentemente in scena, in una campagna elettorale dove le liste dei partiti in competizione sono piene, soprattutto a sinistra, di sindacalisti ed ex sindacalisti che hanno appoggiato la firma dell’accordo del 10 gennaio.

Per quanto riguarda i contenuti contrattuali, l’accordo del 28 febbraio svuota completamente la contrattazione nazionale a favore di quella di secondo livello legata unicamente alla produttività, ossia agli interessi d’impresa.
Formalizza i meccanismi salariali già presenti nel Contratto nazionale dei metalmeccanici, in particolare modo quelli legati al welfare aziendale in sostituzione di quello universale e di parte del salario.

Nel dettaglio, il contratto nazionale “individuerà” il TEM (trattamento economico minimo) che non è altro che il vecchio tabellare che potrà essere rivalutato solo dall’inflazione istat depurata dai costi dei beni energetici ed il TEC (Trattamento Economico Complessivo) che oltre a contenere in se il TEM, conterrà gli altri istituti contrattuali legati alla produttività, alle maggiorazioni orarie, al welfare aziendale etc. anche se contrattati nel secondo livello.
La contrattazione di secondo livello, sia essa territoriale o aziendale “dovrà essere strettamente legata a reali e concordati obiettivi di crescita della produttività aziendale, di qualità, di efficienza, di redditività, di innovazione”,
cioè agli interessi esclusivi dell’impresa.

Mentre la contrattazione nazionale non sarà che un mero atto notarile con il quale si rivaluterà il salario tabellare al di sotto della inflazione istat, la contrattazione di secondo livello, nelle aziende dove si farà, avrà natura variabile mentre il welfare aziendale, per il quale le imprese usufruiscono di sgravi fiscali, visto la “ difficile tenuta del sistema di welfare universale” dovrà essere esteso, secondo i firmatari, a tutti i settori contrattuali attraverso gli enti bilaterali gestiti congiuntamente.

Un accordo quello firmato il 28 febbraio con il quale vorrebbero chiudere il ciclo degli accordi interconfederali di stampo corporativo, legati cioè agli interessi delle imprese e delle burocrazie sindacali a scapito di quelli dei lavoratori, riassunti in quello del 10 gennaio 2014 e che ha avuto inizio nel giugno 2011, per per chiederne la trasformazione in legge.
Un tentativo di impedire, per via formale, ogni forma organizzata di conflitto di classe nel nostro paese.

Contro questo tentativo siamo quindi tutti chiamati a proseguire, con maggiore vigore, la lotta fuori e contro l’accordo del 10 gennaio 2014 e contro chi quell’accordo lo sostiene.


Sindacato Generale di Base - SGB

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