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INTRODUZIONE
Prima dell'esplosione della pandemia covid-19, rispetto agli standard di qualità per l'assistenza sanitaria del SSN, la carenza di personale infermieristico era stimata tra le 50mila e le 70mila unità, mentre la carenza di medici si attestava intorno alle 8000 unità, tant'è che molte aziende sanitarie e ospedaliere durante l'estate, per assicurare le ferie al proprio personale, erano costrette a ridurre l'attività ordinaria, a sospendere alcuni servizi o, addirittura, a chiudere talune strutture.
L'epidemia da covid-19 ha messo a nudo tutta l'impreparazione e la fragilità di un SSN che non è stato in grado di raccogliere le avvisaglie e le esperienze delle epidemie del passato recente (quali ad esempio Sars , H1N1, e Mers Cov) per costruire piani e protocolli allo scopo di far fronte a una emergenza pandemica come quella attuale.   
Nel corso degli ultimi trent’anni la sanità è stata impoverita dalle politiche di tagli e dalle aperture ai privati conoscendo un crescente de-finanziamento e depauperamento delle strutture, delle risorse, degli organici, delle professionalità. Il lavoro nell’ambito della sanità pubblica è diventato sempre più precario e tormentato da anni di blocchi di assunzioni e del turnover.  
Non v’è dubbio che se durante la cosiddetta fase uno dell'emergenza COVID-19 l'assistenza sanitaria ha retto è stato solo grazie alla abnegazione delle operatrici sanitarie e degli operatori sanitari che hanno sacrificato gran parte della loro quotidianità, dei loro affetti, del loro riposi, delle loro ferie del loro tempo libero per garantire cure e prestazioni ai pazienti.
E purtroppo bisogna constatare che, anche nel pieno della pandemia, sono state poche e insufficenti le assunzioni rispetto al bisogno reale di salute della collettività. Nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato sempre di assunzioni con contratti a termine, che sono andati a ingrossare i volumi della precarietà, legati sostanzialmente alla sola emergenza COVID-19 e senza una prospettiva di continuità oltre i canonici 36 mesi previsti da norma. 
Di fronte alla carenza cronica di personale, le aziende sanitarie e ospedaliere, travolte da un crescente numero di richieste di assistenza e ospedalizzazione, ma anche dai contagi che hanno interessato una discreta parte del personale costringendolo a quarantene e malattie, hanno utilizzato poco il reclutamento di nuovo personale, preferendo, di fatto, il ricorso soprattutto a una riorganizzazione dei servizi e delle unità operative con il personale già in forze che è stato spostato e mobilitato verso i reparti dove l'incidenza dell'emergenza COVID-19 è risultata più significativa. 
Diverse articolazioni sono state depotenziate, alcune organizzazioni operative sono state chiuse e riadattate a unità covid, buona parte dei servizi dedicati all’attività ordinaria sono stati sospesi e tutto il relativo personale è stato contingentato per far fronte all’emergenza COVID-19. 
Inoltre, in diverse situazioni sparse sul territorio, personale del servizio sanitario pubblico è stato addirittura "prestato" alle strutture private accreditate o alle residenze per anziani fortemente in difficoltà sul fronte assistenziale in ordine all'impatto della emergenza da coronavirus.
Una situazione che, di fatto, ha sancito la completa inutilità della sanità privata e il totale fallimento delle politiche di esternalizzazione e appalti dei servizi e delle prestazioni soprattutto nell’ambito della non autosufficienza e della cura degli anziani nelle rsa.
 
 
SANITA’ FASE 2 – STABILIZZAZIONI DEL PERSONALE SUPERANDO I CRITERI DEL DECRETO MADIA
Alcune regioni stanno accelerando il ricorso alle stabilizzazioni secondo i criteri e i requisiti stabili dal DL 75/2017 (decreto Madia), ma sappiamo che questa manovra da sola non può bastare anche perché, paradossalmente, potrebbe lasciare fuori tutto il personale assunto tempo determinato che non possiede, al 31/12/2019 o al 31/12/2020, il requisito dei 3 anni negli ultimi 8 ma che ha lavorato a pieno ritmo e in prima linea, insieme ai colleghi con contratto a tempo indeterminato, nell'ambito della emergenza sanitaria COVID-19, fornendo, indubbiamente, un contributo di fondamentale importanza. 
Le procedure di stabilizzazione sono indubbiamente necessarie e urgenti, ma, di fronte all’emergenza COVID-19, i criteri e i requisiti dell’art. 20 del D L 75/2107  rischiano di creare disuguaglianze e discriminazioni fra le lavoratrici e i lavoratori.
Occorre, dunque, in fatto di stabilizzazioni del personale precario in sanità, superare i criteri e i vincoli dell’art 20 decreto Madia (3 anni lavorati negli ultimi 8 anni) per inserire nella platea degli aventi diritto tutte le lavoratrici precarie e i lavoratori precari della sanità che non hanno i requisiti del decreto Madia, ma che hanno lavorato instancabilmente, rischiando in prima persona, per tutta la fase emergenziale.
Il SSN, il Ministero della Salute, il Dipartimento della Funzione Pubblica, le Regioni devono a queste lavoratrici e a questi lavoratori la giusta riconoscenza al loro sacrificio e alla loro abnegazione mostrati pur nella consapevolezza di non avere in prospettiva una stabilizzazione. Questa sarebbe la miglior legittimazione, più dei mille euro promessi da Bonaccini, più dei cento euro promessi da Conte.
SANITA’ FASE 2 – ASSUNZIONI DI PERSONALE A TEMPO INDETERMINATO
Oltre alle stabilizzazioni é altresì necessario attuare un piano di assunzioni, a tempo indeterminato, per dare una risposta efficace al bisogno di salute della collettività nei prossimi mesi o anni.
Nella cosiddetta fase 2 e quelle che seguiranno il virus non sarà sconfitto. Essendo una pandemia generata da un virus poco noto ai laboratori e ai ricercatori ed essendo ancora relativamente lunghi i tempi per un vaccino efficace è facile intuire che sugli ospedali la pressione del covid-19 sarà allentata solo parzialmente. 
Gli ospedali, e in generale le aziende sanitarie, dovranno necessariamente individuare e allestire strutture dedicate alla sola cura e alla sola riabilitazione dei pazienti affetti da coronavirus, ma dovranno anche e soprattutto predisporre e sviluppare sul territorio un efficace sistema di presa in carico precoce dei pazienti colpiti dal coronavirus onde evitare un nuovo incremento dei ricoveri ospedalieri. 
È logico pensare che la sola attività dedicata alla assistenza dei pazienti covid-positivi impegnerà risorse umane, professionali e tecnologiche e tuttavia nei presidi ospedalieri occorrerà anche recuperare il sospeso e tornare alla normalità ripristinando tutta l'attività ordinaria ospedaliera, nonché l’attività sanitaria specialistica, ambulatoriale e territoriale. 
Per poter sostenere tutto ciò, anche a garanzia dei livelli essenziali di assistenza e di un servizio sanitario pubblico efficiente, universalistico e di qualità, non è più sostenibile il mantenimento di un gap numerico di personale come quello pre-pandemia.
 
SANITA’ FASE 2 – RINNOVO DEL CCNL SANITA’
L’emergenza COVID-19 ha sottolineato, una volta per tutte, la necessità e l’importanza di avere un SSN, bene comune, pronto e organizzato. Ma il SSN non è fatto di eroi. Il SSN è fatto di donne e uomini, lavoratrici e lavoratori che svolgono una attività basilare per la tutela della salute di tutte e tutti. I loro salari e i loro diritti individuati nel CCNL per troppo tempo, in passato, sono rimasti fermi da anni di mancato rinnovo contrattuale e quando questo c’è stato non ha mai sancito il giusto riconoscimento. Ritardi consistenti, aumenti scarni, quote perdute, impoverimento dei fondi e erosione dei diritti hanno rappresentato il leitmotiv delle concertazioni del passato. 
Questo percorso non può e non deve più essere intrapreso. 
Il rinnovo del CCNL sanità deve essere una priorità e deve imperniarsi su aumenti stipendiali degni partendo proprio dal consolidamento in busta dei bonus di 100€ previsti dal decreto “Cura Italia”, ma anche dei 1000€ promessi dai governatori di talune Regioni. Inoltre il rinnovo del CCNL sanità non può prescindere dall'introduzione della quattordicesima mensilità.     
SANITA’ FASE 2 – GARANZIA DI RIATTIVAZIONE DI TUTTI I SERVIZI E LE STRUTTURE SOSPESE PER L’EMERGENZA COVID.
Molte articolazioni del SSN sono state riadattate a causa dell’emergenza COVID-19. Alcune strutture sono state chiuse, talune unità operative sono state depotenziate, alcuni servizi sono stati sospesi o ridotti.
Ebbene l’emergenza COVID-19 non deve diventare una furbesca giustificazione per non ristabilire più l’erogazione di talune prestazioni. I pronto soccorso, i punti nascita, le sale operatorie, gli ambulatori etc. che sono stati chiusi, depotenziati o sospesi devono tornare alla loro attività ordinaria e, anzi, devono essere rafforzati.  
SANITA’ FASE 2 – DIROTTARE SULLA SANITA’ PUBBLICA LE RISORSE FINANZIARIE DESTINATE AI PRIVATI E REINTERNALIZZARE I SERVIZI
L’emergenza COVID-19 ha messo in luce tutta l’inutilità della sanità privata, incapace di dare una risposta efficace nell'assistenza, e il completo fallimento delle politiche di esternalizzazione che hanno mostrato tutta la loro drammatica inadeguatezza soprattutto nelle residenze e nelle case per anziani.
L’inservibilità dei privati e delle esternalizzazioni è resa ancora più palese se si pensa che, in piena emergenza sanitaria, è stata proprio la sanità pubblica a correre in soccorso delle strutture private accreditate e delle rsa fornendo personale e risorse.
È, pertanto, necessario rivedere tutti gli accreditamenti e tutti gli accordi di gestione delle prestazioni e dei servizi per la non autosufficienza e per gli anziani. Occorre dirottare sul pubblico tutte le risorse finanziarie destinate ai privati accreditati e provvedere allo stralcio degli accordi per le rsa provvedendo alla reinternalizzazione dei relativi servizi.